FINAL COIL – Persistence Of Memory

 
Gruppo: Final Coil
Titolo: Persistence Of Memory
Anno: 2017
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: WormHoleDeath
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TRACKLIST

  1. Corruption
  2. Dying
  3. Alone
  4. You Waste My Time
  5. Myopic
  6. Failed Light
  7. Spider Feet
  8. Lost Hope
  9. Moths To The Flame
  10. In Silent Reproach
  11. Alienation
DURATA: 65:40
 

Un dubbio mi attanaglia, ogni volta che arriva un nuovo comunicato stampa in redazione. E siccome di comunicati stampa in redazione ne arrivano mediamente venti o trenta al giorno, capite bene che è un dubbio profondamente radicato nella mia vita aristocratica. Per quale ragione ogni album che viene promosso viene raccontato come la nuova rivelazione del *inserite un genere a vostra discrezione*, il migliore del *anno di uscita del suddetto*, quello che cambierà la vostra vita al primo ascolto?

Tanto era l'entusiasmo per il disco dei Final Coil, il cui debutto gode di una narrazione che lo vuole «nuovo capolavoro del post-rock». Ecco, purtroppo "Persistence Of Memory" è ben lontano dall'essere sia un capolavoro che tantomeno post-rock. Il gruppo di Leicester, sulla propria pagina Facebook, si presenta più correttamente come una formazione dedita all'alt-rock novantiano, con un grosso debito nei confronti del grunge più robusto e qualche spruzzata prog. In buona sostanza, i cugini inglesi dei redivivi A Perfect Circle, con meno spunti brillanti e senza Keenan al microfono.

Il frontman Phil Stiles fa comunque un buon lavoro, sia alla chitarra che alla voce, rendendo il tutto molto inglese e avvicinandosi con il suo timbro vocale a quella scuola di doom melodico e compassato degli anni '90 alla Solstice, Warning e via dicendo, mentre la chitarra viaggia tra i suddetti territori grunge e prog, un po' Jerry Cantrell e un po' Billy Howerdel, con l'occasionale rallentamento un po' effettato (probabilmente ciò ha tratto in inganno il promoter di turno). Il problema è che il disco dei Final Coil dura oltre un'ora, e non sembra avere abbastanza cose da dire per riempire tutto questo tempo, anzi, lascia la sensazione di un certo autocompiacimento di fondo che una band al debutto dovrebbe riuscire a tenere sotto controllo.

Da un lato, c'è il fattore oggettivo: un disco discreto, suonato bene, prodotto bene, che spazia da riffoni spavaldi ad arpeggini mesti. Dall'altro c'è il fattore soggettivo: "Persistence Of Memory" lascia poco, è troppo diluito e non abbastanza incisivo per poter davvero cambiare la giornata, figuriamoci essere uno dei migliori dischi dell'annata. Un po' meno velleità e un po' più di sintesi farebbero sicuramente bene al quartetto inglese, perché il talento si intravede, ma non viene ben incanalato.

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