Funeral Chasm - Omniversal Existence

FUNERAL CHASM – Omniversal Existence

Gruppo: Funeral Chasm
Titolo: Omniversal Existence
Anno: 2021
Provenienza: Danimarca
Etichetta: Aesthetic Death
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TRACKLIST

  1. Embellishment Of Inception
  2. The Truth That Never Was
  3. Mesmerising Clarity
  4. Extracting The Flesh From The Gods
  5. Sunrise Vertigo
  6. The Skeleton Secret
  7. Astral Reality
DURATA: 54:30

Omniversal Existence è un viaggio nero e allucinante nelle profondità più remote della mente e dello spirito. L’esordio dei Funeral Chasm non smentisce la promessa insita nel nome della band, il cui funeral doom metal tocca le profondità nerissime e vertiginose di un mare di depressione e angoscia.

L’abissale tela sulla quale il duo danese dipinge è incorniciata dalla chitarra struggente e malinconica di Sjaelepaest, mentre tutti gli altri strumenti, dalla voce alla batteria, dagli effetti synth ai testi, sono opera del polistrumentista Danny Woe. Già batterista dei connazionali Altar Of Oblivion dal 2017 e frontman degli Woebegone Obscured dal 2003 fino al loro scioglimento nel 2019, Danny “Woe” Jönsson sembra essere il catalizzatore di queste e moltissime altre band nate nella sua città, Aarhus, in Danimarca. Spalleggiato da Sjaelepaest, i due hanno all’attivo anche gli Above Ravens, progetto che li ha portati all’attenzione dell’etichetta britannica Aestetic Death, grazie alla quale nel 2020 i Funeral Chasm hanno debuttato con l’EP intitolato I, mentre nel luglio di quest’anno è arrivato il primo album Omniversal Existence.

A scanso di equivoci, prima di poterlo analizzare, è bene ricordare che il sottogenere funeral, o comunque il doom in generale, ha bisogno di un preciso stato d’animo per essere davvero compreso. Emozioni come la disperazione e l’angoscia sono il nero mare in cui bisogna sprofondare per poter essere allineati con lo spirito del filone, e ciò è ancor più vero in questo caso. La tragedia, il dolore e la depressione sono compagni fedeli nel lungo viaggio scandito dai ritmi prevedibilmente lenti e litanici, e dai suoni funerei e gracchianti. Nell’oscurità imperante è tuttavia possibile trovare a volte uno sprazzo di melodia che, lentamente, anestetizza e sopprime brevemente l’angoscia. La linea vocale si basa su un growl bassissimo e lento, tetro, quasi fosse solo un rumore di fondo inconsistente, sul quale però, a tratti, Danny fa uso di tutta la sua escursione per squarciare il buio con grida acute, dolorose e doloranti, che sembrano voler combattere l’apatia che pian piano fagocita tutto.

Le sette tracce dell’album restano tutte tra i sei e gli otto minuti, tuttavia la sensazione rimane quella di un’unica e progressiva discesa negli abissi sconfinati non solo della morte, ma del vuoto stesso dell’esistenza. I testi, infatti, non hanno per filo conduttore soltanto la sofferenza e il lutto, sorprendentemente troviamo anche temi quali la liberazione dall’ego, i viaggi astrali alla scoperta del vero sé, la sensazione di sgomento che la consapevolezza scatena nella psiche e nell’anima. Il confronto tra questi argomenti e i suoni lenti e lamentosi fa scaturire uno strano attrito, scatenando quasi un paradosso. Mentre la composizione musicale sembra suggerire il totale abbandono alla disperazione e alla morte, nei testi invece troviamo la consapevolezza che ciò, forse, è solo un passaggio obbligatorio, spiacevole quanto necessario. Nonostante tutto, l’atmosfera evocata non lascia spazio alcuno alla speranza, anzi dalle prime alle ultime note l’ineluttabile sofferenza dell’esistenza fa da padrona, senza sorprese né false promesse.

In sostanza, Omniversal Existence non è un album per tutti e non vuole esserlo, come dimostrano la sua brutale onestà e la coerenza con le aspettative che crea, a partire dal fantastico artwork della copertina e del libretto, opera di CadiesArt. All’interno della cerchia del genere funeral sicuramente sarà un’opera degna di nota, tuttavia — oltre alla mole delle sensazioni più nere che esistono — resta al termine dell’ascolto un leggero sentore di delusione, forse voluto o forse no, come se l’esperienza fosse fine a se stessa, come se non ci fosse soluzione alcuna, come se non si potesse fuggire dal baratro e la speranza… fosse solo una tortura.