FUNERAL – From These Wounds

 
Gruppo: Funeral
Titolo: From These Wounds
Anno: 2007
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Tabu Recordings
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TRACKLIST

  1. This Barren Skin
  2. From These Wounds
  3. The Architecture Of Loss
  4. Red Moon
  5. Vagrant God
  6. Pendulum
  7. Saturn
DURATA: 57:18
 

Creatura instabile, i Funeral: nei suoi quasi vent'anni di esistenza non si è solo accontentata di gettare le basi per quello che oggi è un genere più che vivace quale il funeral doom, ma — avvicendandosi attraverso numerosi e repentini cambi di formazione (complice anche la prematura scomparsa di diversi membri) — ha anche partorito uno dei dischi doom-death più belli di sempre.

"From These Wounds" è infatti uno dei picchi del genere tutto, che lungo le sue sette massicce tracce trascina lo sventurato ascoltatore in un vortice di melodico mal de vivre. A partire dalla soffusa "This Barren Skin", dove Kjetil Ottersen (all'epoca chitarrista, tastierista e maggior compositore della band) fornisce un laconico supporto alla ricercate liriche di Frode Forsmo, fino alla conclusiva "Saturn", questo pugno di canzoni — nonostante il massiccio incedere tipico delle sonorità in questione — scivola leggero e sorprendentemente scorrevole, tanto che ci si ritrova al termine dell'album senza aver accusato alcuna noia, solo tanto, tanto sconforto.

La traccia che dà titolo al disco, ad esempio, con il suo riconoscibilissimo riff e la pregevole alternanza ritmica tra tempi lenti e più accelerati, riesce a infondere uno strano malessere, una consapevolezza di qualcosa che non funziona in questo mondo, in questa società deviata. Ancora, "Pendulum" ci propone un Forsmo al suo apice, in grado di modellare la propria voce, sempre rigorosamente pulita, passando senza problemi da toni bassi e vellutati a più incisive e marcate interpretazioni, sempre vertenti su tematiche in cui la morte, la pochezza della vita e la difficoltà nel trovare un senso alla stessa sono protagoniste indiscusse.

Complessivamente, i cinquanta minuti di "From These Wounds" riescono ad amalgamare alla perfezione il mastodontico lavoro di chitarra che è lecito aspettarsi con trovate invece molto più particolari dovute all’intervento del già citato Ottersen, che — non pago degli sforzi profusi — si occupa in questa sede anche dei mai invadenti inserti elettronici, contorni che vanno a perfezionare un disegno ispiratissimo nella sua semplicità. Sicuramente la prova migliore del pionieristico gruppo dai suoi esordi a oggi, il che è tutto dire.

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