FUNERAL MIST – Salvation

Gruppo:Funeral Mist
Titolo:Salvation
Anno:2003
Provenienza:Svezia
Etichetta:Norma Evangelium Diaboli
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TRACKLIST

  1. Agnus Dei
  2. Breathing Wounds
  3. Holy Poison
  4. Sun Of Hope
  5. Perdition’s Light
  6. Across The Qliphoth
  7. Realm Of Plagues
  8. Circle Of Eyes
  9. Bread To Stone
  10. In Manus Tuas
DURATA:01:05:43

Devastazione. Questa è la parola più adatta per descrivere (seppur a sommi capi) il primo album dei Funeral Mist, band Black Metal svedese che viene fatta rientrare nel filone del cosiddetto Religious Black Metal. Questo disco è probabilmente una delle vette più alte mai raggiunte dall’estremismo in campo musicale. La copertina, raffigurante Cristo in croce con ai lati due bambini anche loro crocefissi, deformi ed eviscerati, è una valida rappresentazione di ciò che ci si appresta ad ascoltare. Il libretto è altrettanto forte a livello di immagini, con raffigurazioni di morte, angoscia e deformità.

Il compito di aprire “Salvation” è affidato ad “Agnus Dei”, brano che inizia con urla di disperazione a cui si sostituirà dopo poco più di un minuto un riff assassino, sorretto da una batteria potente e precisa a cui si sovrappone la demoniaca voce di Arioch, che pare fin dai primi momenti vomitata dai baratri dell’Inferno. Queste coordinate sono quelle entro cui si muoverà tutto l’album. Dopo un’altra breve introduzione, inizia “Breathing Wounds”, che sfuma poi in una delle canzoni più dirette e violente del disco: “Holy Poison”. Due vere e proprie dimostrazioni di potenza che lasciano frastornati e del tutto annichiliti. “Sun Of Hope” si apre con l’estratto di un solenne canto da messa in latino che fa da introduzione a un riff e a un pattern batteristico che partono in sordina per poi spezzarsi e trasformarsi nella consueta carneficina sonora, che si interromperà dopo tre minuti per fare spazio alla ripresa del canto che l’aveva introdotta, il quale si estende questa volta per più di un minuto.

Eccoci giunti alla metà del disco, aperta da “Perdition’s Light”, pezzo che inizia ferale e colmo di brutalità per poi interrompersi improvvisamente per dare spazio a quella che è l’unica parvenza melodica dell’intero disco. “Across The Qliphoth” parte con dei rintocchi di campane a cui segue un riff violento e grezzo, perfettamente accompagnato da una batteria che non perde un colpo per tutta la durata della canzone, forse la più demoniaca di tutto il lotto. “Realm Of Plagues” riprende sulla falsariga di “Sun Of Hope”: un canto gregoriano dalla parvenza quasi serena, seguito dalla ormai consueta esplosione di violenza. Parte al seguito di questo pezzo “Circle Of Eyes”, la canzone più lunga di tutto il disco con i suoi quasi tredici minuti, in cui sotto alle ritmiche martellanti e ai riff ripetuti si insinuano nuovamente canti gregoriani che offrono lo scenario di un luogo sacro prossimo alla totale distruzione. Dopo una relativamente trascurabile “Bread To Stone”, prende il via la traccia conclusiva dell’album: “In Manus Tuas”, scritta e cantata in latino, in cui in dodici minuti si alternano una furia cieca e rallentamenti angoscianti, i quali vengono conclusi da una disperata melodia quasi operistica che chiude alla perfezione l’ascolto.

Passando a un’analisi puramente tecnica, si può notare come in questo album la potenza non vada a discapito della tecnica, che contribuisce a tessere canzoni dirette e violentissime ma allo stesso tempo abbastanza complesse e di non facile assimilazione. Le prestazioni chitarristiche di Nachash e Arioch vengono decisamente valorizzate dalla produzione perfetta per il genere, che esalta anche la performance eccelsa di Necromorbus dietro le pelli, davvero indemoniato eppure precisissimo nell’esecuzione. Purtroppo, come spesso accade in questo genere, il basso è pressoché inesistente, ma nell’economia del disco è una mancanza che non si fa notare. Altra prestazione eccelsa è quella di Arioch alla voce, capace di passare da uno scream-growl diabolico a tetri sussurri o a puliti angosciosi, che rimarcano la grandissima personalità di cui è in possesso questo gruppo.

Per concludere, direi che “Salvation” non è null’altro che un’autentica Apocalisse, sonora e verbale, un vero capolavoro per il genere. I testi raggiungono livelli di blasfemia impensabili, non certo ignoranti ma strutturati in maniera colta e quasi filosofica, come vera e propria decostruzione di tutto ciò che sorregge le basi del Cristianesimo. Questo è uno dei limiti ultimi della musica, una soglia di malvagità che, a parere di chi scrive, non è mai stata (e difficilmente lo verrà mai) uguagliata!

«Benedictus qui venit in nomine Domine»

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