GRANDLOOM – Sunburst
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Gruppo: | Grandloom |
Titolo: | Sunburst |
Anno: | 2011 |
Provenienza: | Germania |
Etichetta: | Rockzilla |
Contatti: | |
TRACKLIST
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DURATA: | 50:45 |
L'estate è giunta, la calura colpisce, avete bisogno di un additivo che solidifichi quella sensazione desertica, ma che al tempo stesso vi permetta di guardare il mondo come se quell'aria sconfinata e pacifica non fosse terrena bensì una porzione di universo tutto vostro? La riposta è "Sunburst". Il disco del trio tedesco di Cottbus che vede Hans al basso, Rischi alla batteria e Thomas alla chitarra è il meglio che un ascoltatore ossessivo-compulsivo di stoner possa attendersi.
All'interno del lavoro troviamo sei tracce per cinquanta minuti di musica strumentale che gronda passione per il genere. È innegabile che formazioni come, Kyuss Unida, Karma To Burn s'incrocino con il riffing doom oriented di realtà più pesanti come Orange Goblin, Grand Magus e Sons Of Otis condendosi con influenze settantiane di base blues e space. Solo con queste coordinate d'avvio all'ascolto la bava che scende lateralmente dalla bocca fa intuire la famelicità con cui vi accanirete azzannando ogni singola nota emessa.
Ci sono la sfrontatezza irriverente e godereccia di Palm Desert spiattellate senza mezzi termini ("Orbit Wobbler"), il wah wah di Thomas che si scatena all'interno di un panorama fantasticamente rock ("Woodbridge"), la pesantezza che può divenire pachidermica e ostentata, veloce e incalzante con annessi innesti sublimi di droghe atmosferiche e groove ("Apollo Moon"). Sono a metà cd e sto già chiedendomi perché la mia stanza non esista più, catarsi spirituale e trip ultraterreno? Può darsi, trip è sicuro.
Una bionda da mezzo litro sul tavolo e dopo una breve pausa per riassestare il cervello premo nuovamente il tasto play, è il turno di "Larry Fairy". Il pezzo è di quelli strani, accattivanti, al pari di un'anima convulsa si dilata ed espande, accelera e decelera i ritmi passando da sonorità acustiche a partiture in cui il drumming diviene vivace e non rinuncia a una monolitica conclusione che ne eleva ancor più il valore, da sballo poi le linee di basso, fantastica, ma non è ancora finita qui.
La doppietta finale dell'album scatena la bestia che risiede nei Grandloom, il groove diventa più possente, le ritmiche aumentano di spessore, corposità, si addensa ("The Holy Letter") facendo fruire inequivocabilmente una dose di suono space ("Earthvalley") che s'incastra alla grande con i cambi di tempo e le movenze felpate di nero che ti urlano contro: il cd sta a finì, repeat please!.
Un viaggio che coinvolge l'uomo fisicamente e mentalmente, questo è "Sunburst", un traguardo che si guadagna lasciando libera la testa, facendosi attraversare consapevolmente da un flusso di energia forte, dinamico, caldo e immenso. Si può non consigliare un disco simile? Che posso dirvi se non: compratelo!!!