Con "Ascension" i Gurthang sono alla prova del nove

GURTHANG – Ascension

Gruppo:Gurthang
Titolo:Ascension
Anno:2019
Provenienza:Polonia
Etichetta:Immortal Frost Productions
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TRACKLIST

  1. In Void Again
  2. The Great Silence
  3. Mirrors
  4. This Mortal Shell
  5. Under The Dome
  6. Wither
  7. Solace
DURATA:56:33

Polonia, terra di papi, poeti e bestemmiatori seriali, è anche la patria dei Gurthang, già passati su queste pagine nel 2015, adesso con un curriculum ancora più fitto di pubblicazioni; nel giro di quattro anni sono usciti due split e due album, compreso quello di cui parliamo oggi. L’evoluzione del loro black metal non si è arrestata e, dopo gli esordi più o meno marcescenti, negli anni (e ormai sono nove) ha assunto sembianze funeral doom solenni e ieratiche, almeno fino al disco che ci ritroviamo per le mani. Ascension, uscito nuovamente per Immortal Frost Productions, segna infatti un nuovo cambio di rotta per il quintetto di Lublino, che abbandona quasi del tutto i down-tempo che caratterizzavano la sua proposta per lanciarsi in picchiata sulle nostre orecchie con scariche di blast beat e cavalcate velocissime.

Il black metal imponente ai limiti del pachidermico di I Will Not Serve e quello edulcorato in chiave melodica di Shattered Echoes (2017, Cimmerian Shade Recordings) si trasformano in un repertorio di brani d’assalto e mitragliate che non lasciano scampo. I toni si fanno più blasfemi e moderni, e strizzano l’occhio a produzioni ortodosse di scuola franco-svedese, come testimonia la centrale “This Mortal Shell”, che dopo tre brani con inflessioni melodiche altalenanti — su tutte spicca la corsa forsennata di “Mirrors” — ci trascina dritti nel luridume più nero.

Queste le luci di un disco sicuramente sopra la media e capace di slanci di cattiveria degni di essere ricordati, ma Ascension soffre anche qualche ingenuità di troppo, una delle quali, tra l’altro, già evidenziata in passato da Bosj: la prolissità. I Gurthang soffrono appunto di una logorrea tanto verbale (i testi sono davvero lunghi e fitti) quanto musicale, patologia che li porta a scrivere pezzi dalla durata di non semplice digestione: quest’album, per dire, dura quasi un’ora e consta di sette brani, per una media di otto minuti e rotti a canzone. Bene ma non benissimo, perché la musica dei Nostri, almeno in potenza, ha un bel mordente, è ben suonata e tutto sommato anche ben prodotta, ma durante l’esperienza d’ascolto si fatica a tenere alta l’attenzione, nonostante gli accorgimenti adottati in fase compositiva. Velleitaria, poi, la suite finale “Solace”, ora drone, ora doom, ora black, né carne né pesce, dodici minuti in libertà che perlomeno occupano la parte conclusiva del lavoro. Tra le note tecniche che mi sento di fare, infine, il suono della batteria di Turenn (aggiuntosi alla band sul finire del 2015), che in più di un frangente ricorda più un frullatore che uno strumento fisico (c’è della compressione, va bene, ma il troppo stroppia).

I Gurthang continuano a svolgere il loro mestiere con freschezza, cercando di cambiare le carte in tavola di volta in volta, ma si portano anche appresso dei limiti che, una volta limati e corretti, potrebbero significare un salto di qualità sostanziale, capace di farceli ricordare come uno dei gruppi black più seri e concreti sulla piazza polacca.

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