Hallowed Butchery - Deathsongs From The Hymnal Of The Church Of The Final Pilgrimage

HALLOWED BUTCHERY – Deathsongs From The Hymnal Of The Church Of The Final Pilgrimage

Gruppo:Hallowed Butchery
Titolo:Deathsongs From The Hymnal Of The Church Of The Final Pilgrimage
Anno:2020
Ristampa:2021
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Aesthetic Death
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TRACKLIST

  1. Ever Gloom
  2. The Altruist
  3. Flesh Borer
  4. Death To All
  5. Internment
  6. On The Altar
DURATA:37:51

Quando arrivi un po’ in ritardo sulla musica che ti interessa che viene stampata su 50 audiocassette non è bello, ne parla il buon M1 sul primo numero della rubrica Pillole Di Male. Fortuna che su Deathsongs From The Hymnal Of The Church Of The Final Pilgrimage è arrivata Aesthetic Death, che ha deciso di ristampare questi 38 minuti di doom e chi più ne ha più ne metta in un sontuoso digipak con ben due libretti da dodici pagine ciascuno. Il secondo album di Hallowed Butchery, al secolo Ryan Scott Fairfield dal Maine, è arrivato così fra le mie sudicie manine, cosa che mi permette di parlarne nel modo più esteso possibile.

La storia di Hallowed Butchery è lunga e risale al 2004, quando il progetto del succitato Fairfield si chiamava Hallowed Butchery Of The Son ed era ancora piuttosto embrionale e caotico. La sua carriera discografica al contrario è tutto sommato succinta. Nel 2009 viene fuori Funeral Rites For The Living per Vendetta Records, masterizzato da James Plotkin, e con delle idee musicali già più definite e orientate al doom.

Scrivo orientate perché la musica di Hallowed Butchery, pur avendo come luce guida il doom metal più nero, raduna le influenze più disparate e lo fa con un gusto e una giustezza non banali. Dietro Deathsongs… c’è infatti un lavoro di scrittura di altissimo livello, che punta a dare corpo a un immaginario religioso o pseudo tale. Il pretesto è la — presunta — scoperta di un culto radicato in una zona rurale del Maine chiamato The Church Of The Final Pilgrimage, presso il quale Fairfield avrebbe passato due settimane nel corso del 2017: la setta non adora alcuna divinità ma si professa devota alla Morte, il leader si chiama Jonathan Curless e proprio lui ha stilato la dottrina su cui si basano i testi dell’album.

Con queste corpose ma doverose premesse si dovrebbe intuire che Deathsongs… non è il disco adatto per fare da sottofondo a un cocktail party a bordo piscina, invece, se la serata prevede di contemplare il paesaggio notturno in una qualche regione remota, con la morte come unico chiodo fisso, direi che ci siamo. “Ever Gloom” si apre con un’atmosfera funerea, sospesa nell’aria immobile del bosco: «No life / Nothing but darknes and suffering / In this nocturnal wild». L’anima non sa dove andare, non sa cosa cercare, e il doom massiccio si trasforma di colpo in un’apertura melodica che strizza l’occhio al folk americano un po’ psichedelico.

Come detto, Hallowed Butchery fa un uso sapiente di tanti registri musicali e, come un camaleonte, cambia volto a chitarre, sintetizzatori e voce. Un cambiamento così fluido da sembrare tutto perfettamente naturale, quasi ovvio; non c’è niente di ovvio, però, nel suonare funeral doom con tratti industrial (“The Altruist” è un brano pazzesco, in questo senso), sfociando nell’elettronica allucinata (“Flesh Borer”) e giocando con le registrazioni amatoriali come nella liturgica “Death To All”.

La musica di Fairfield è ammantata di una sacralità plumbea, asfissiante, e riesce a evocare paesaggi fisici e spirituali con una semplicità che fa spavento. L’attacco di “Internment” mi ha letteralmente fatto saltare sulla sedia, l’esatto opposto di quanto mi ha invece suscitato la conclusiva “On The Altar”, un brano neofolk sognante e malinconico sulla scia di Steven Von Till e Six Organs Of Admittance.

Deathsongs From The Hymnal Of The Church Of The Final Pilgrimage è un lavoro di una profondità fuori scala, e nonostante si tratti, in fin dei conti, di una ristampa mi sento di inserirlo a pieno titolo nella mia personale classifica del 2021. Hallowed Butchery riesce a muovere le viscere di chi lo ascolta, perlomeno le mie le ha rimestate ben bene.

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