HANORMALE – Reborn In Butterfly

Gruppo:Hanormale
Titolo:Reborn In Butterfly
Anno:2019
Provenienza:Italia
Etichetta:Dusktone
Contatti:Facebook
TRACKLIST

  1. It Is Happening Again
  2. Like A Hug, Darkness Embrace Us All
  3. Human?
  4. Satan Is A Status Symbol
  5. Ghettoblaster Black Metal
  6. Hakuzosu
  7. Candentibus Organis
  8. Rare Green Areas
  9. Al Tanoura
  10. Iperrealismo
  11. The Search For The Zone
  12. Requiem For Our Dead Brothers
DURATA:01:11:26

Nella mia discretamente lunga carriera aristocratica, più volte mi sono imbattuto in album complessi, sperimentali e di difficile comprensione; raramente, tuttavia, mi sono trovato così spaesato come con Reborn In Butterfly.

Arcanus Incubus non è certo uno sconosciuto da queste parti, essendo passato sul nostro sito con diversi progetti; lo stesso Hanormale colpì positivamente il sottoscritto con il suo esperimento psico-musicale 天照大御神. Questo nuovo lavoro appare decisamente meno alienante del predecessore, ma non per questo la metodologia con cui è stato prodotto è meno sperimentale.

A un primo impatto, Reborn In Butterfly non pare un ascolto particolarmente difficile, per quanto un album black metal dai forti influssi jazz e costantemente invaso dai variegati contributi di ben tredici (più due ospiti) artisti possa essere semplice; pur essendo così peculiare, la sensazione iniziale è quella di un’opera che, tutto sommato, non è nulla di trascendentale, rischiando addirittura di suonare incoerente in un certo senso. Man mano che si scorre la scaletta, tuttavia, l’idea che ci sia molto più di quel che sembra si fa sempre più forte; si sente la necessità di un secondo ascolto, poi di un terzo, di un quarto e di un quinto… fino a che ci si ricorda e ci si rende pienamente conto che la natura sperimentale del disco non risiede tanto nel suo risultato finale, quanto nel processo di composizione: qualcuno potrebbe tendere a dimenticare o a mettere volutamente da parte questa caratteristica, poiché spesso è a malapena vagamente percepibile dall’ascoltatore, ma in questo caso è un elemento di primaria importanza.

La produzione dell’album inizia con la batteria a cura di Mox Cristadoro, già membro — tra gli altri — dei Monumentum di In Absentia Christi; il suo contributo al disco è ispirato dalla lettura di parole estratte casualmente da un dizionario italiano, sul cui suono sono stati modellati i pattern. Sarebbe interessante conoscere i vocaboli utilizzati, ma in fin dei conti ciò che importa è che questo processo ha generato una vasta gamma di basi ritmiche ulteriormente ampliata dalla collaborazione con Marco Zambruni, il quale si occupa del lato più estremo della batteria, lasciando quello progressivo al collega. Passare dai furiosi e nerissimi blast beat della prima traccia alla raffinatezza jazz di “Like A Hug, Darkness Embrace Us All” e successivamente alla lentezza pachidermica di stampo doom in “Human?” dovrebbe dare un’idea della varietà ritmica dell’album.

Partendo da questa base già di per sè al di là delle convenzioni, si scatena l’inferno messo in atto dagli altri musicisti, alcuni già noti, altri meno. Rimanendo in ambito ritmico, Ste Naked offre i propri servigi a Hanormale sia con un normalissimo basso, che con il particolare suono profondo di un Ashbory; fa piacere, inoltre, ritrovare le percussioni industriali di Jeko, già incontrato in 天照大御神 e nel debutto di Progetto Sperimentale Infonebbia e che questa volta possiamo sentire all’opera con lo Sfera6 di Azzam Bells che rende quasi magiche le parti di (post-)rock atmosferico in “Hakuzosu” e “Candentibus Organis”.

La varietà della strumentazione è pienamente percepibile anche nel comparto melodico: il pianoforte si presenta sia in salsa jazz che ispirandosi alla musica contemporanea, principalmente per mano di Luca Rampini, con l’elegante inserimento di Federico D’Ercole in “Iperrealismo”; il violinista Zrcadlo (collaboratore dei Furor Gallico dal vivo, oltre che membro di Celtic Harp Orchestra e Trewa) compare in diversi brani, sfruttando la propria competenza in ambito folk in “Al Tanoura” e ricordandomi perfino i gentiluomini psichedelici degli A Forest Of Stars in “Satan Is A Status Symbol”; il sassofono di Emiliano Bazzoni offre il proprio contributo sia nei momenti caotici e dissonanti di “The Search For The Zone” che in quelli più raffinati in “Iperrealismo”, dimostrando ottime abilità in entrambi i contesti; strumenti peculiari come il didgeridoo e il dan moi sono, infine, appannaggio di Igor Carravetta. A tutto ciò, ovviamente, vanno aggiunte le due chitarre: quella nera di Deimos — già membro del gruppo death metal Mechanical God Creation — e quella rossa di Dirac Sea, proveniente dalla band alternative rock Orcassassina.

Arrivati a questo punto, è facile immaginare come anche le parti cantate non siano affatto monotematiche: i passaggi caustici di scream e growl sono opera di Arghangel Martyrium 999, mentre Aldous Colciago sfrutta uno stile pulito più profondo; oltre agli strumenti, inoltre, Carravetta si diletta anche con il khoomei, il canto armonico tipico di alcune zone dell’Asia che introduce l’album. Uno dei momenti vocali più interessanti, tuttavia, è il lungo monologo di Gab dei Deviate Damaen in “Rare Green Areas”: non voglio fare nessuno spoiler, sappiate però che difficilmente sentirete qualcosa di simile in un album di metal estremo. I testi — prevalentemente in inglese, a eccezione del latino di “Candentibus Organis” e dell’italiano della parte di Gab — comprendono la leggenda giapponese di “Hakuzosu”, riferimenti a tematiche tipiche del black metal quali Satana, incontri ravvicinati del terzo tipo con ubriachi davanti a SoundCave e altre cose più o meno surreali e astratte.

Non serve che il sottoscritto tessa le lodi di Arcanus Incubus per l’ennesima volta in merito al suo uso di tastiere, sintetizzatori e campionamenti; anche se mi viene difficile non citare l’ottimo utilizzo dell’elettronica in “Rare Green Areas”: è chiaro che se Reborn In Butterfly è un album sopra le righe il merito è principalmente del suo creatore e della sua capacità di far coesistere artisti di mondi completamente diversi nell’universo di Hanormale. «Le idee vengono dal caos» è la frase con cui viene descritta l’opera, ma ci si chiede quale idea abbia portato a inserire in questo contesto un brano intitolato “Ghettoblaster Black Metal” che con la sua immediatezza da inno della Musica del Demonio suona quasi come un ibrido tra “Black Metal Ist Krieg” e “Christraping Black Metal”; lo stesso contesto, peraltro, che ospita “Candentibus Organis” — ispirata all’omonimo vespro dedicato a Santa Cecilia — e “It Is Happening Again”, una versione estremizzata del tema di Laura Palmer di “Twin Peaks” posta in apertura.

È stupefacente come tutto questo funzioni alla perfezione e, allo stesso tempo, sia talmente caotico e imperscrutabile da mantenere fino alla fine quella sensazione di non aver compreso fino in fondo, la quale spinge a un continuo riascolto nella speranza di scoprire nuovi dettagli che immancabilmente saltano fuori. Anche il comparto grafico — costituito da dipinti di Mauro Mantovani, a eccezione della farfalla a cura di Juliya Pankratova — cattura facilmente l’attenzione: coloratissimo, vi compare l’insetto del titolo, cupo e spento, dove sono presenti figure umane.

Si potrebbe andare avanti a descrivere più a fondo Reborn In Butterfly, tuttavia un album come questo è da provare in prima persona, poichè le parole di un recensore — per quanto numerose — difficilmente riusciranno a esprimere in maniera completa un’esperienza simile. Se con 天照大御神 arrivai troppo tardi per poterlo inserire nella mia Top 5 di fine anno, questa volta Hanormale ha l’onore di essere il primo candidato del 2019.

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