Harakiri For The Sky - Mære

HARAKIRI FOR THE SKY – Mære

Gruppo:Harakiri For The Sky
Titolo:Mære
Anno:2021
Provenienza:Austria
Etichetta:AOP Records
Contatti:Facebook  Bandcamp  Instagram  Spotify
TRACKLIST DISCO 1

  1. I, Pallbearer
  2. Sing For The Damage We’ve Done
  3. Us Against December Skies
  4. I’m All About The Dusk
  5. Three Empty Words
TRACKLIST DISCO 2

  1. Once Upon A Winter
  2. And Oceans Between Us
  3. Silver Needle // Golden Dawn
  4. Time Is A Ghost
  5. Song To Say Goodbye [cover Placebo]
DURATA:01:24:46

Grossomodo esistono due tipi di lettori di Aristocrazia: il primo non sopporta neanche per sbaglio gli Harakiri For The Sky e si sente fisicamente male ogni volta che i due austriaci insistono nel pubblicare nuova musica; il secondo, di contro, aspettava l’uscita di Mære come se da questo disco dipendesse l’esito dell’anno in corso. Per la gioia della gran parte dei miei colleghi, io faccio parte di quest’ultimo gruppo appena descritto e mi accingo a parlarvi del quinto album di J.J. e M.S. con addosso un misto di gioia e terrore.

Prima un paio di informazioni di servizio, per inquadrare al meglio il discorso. Mære ha visto la luce la settimana scorsa tramite la solita Art Of Propaganda, che segue e supporta l’operato degli Harakiri For The Sky sin dal principio, da quando a inizio anni ’10 la mente dei Karg e il braccio (chitarrista, tastierista e solleticatore di cornamuse) dei Bifröst hanno deciso di mettere in piedi quello che sarebbe diventato uno dei progetti post-black di maggior rilievo dell’ultimo decennio — inutile dire il contrario, stacce. La discografia degli Harakiri For The Sky, dal 2012 a oggi, non ha visto pubblicazioni deboli: il debutto omonimo è stato seguito dall’emblematico Aokigahara, disco che ha alzato vertiginosamente le aspettative per i suoi successori; III: Trauma e Arson non sono stati affatto da meno e, all’alba degli anni ’20, Mære si conferma un’ottima aggiunta alla carriera dl duo austriaco.

Come fatto in passato, anche questa volta il disco è ricco di ospiti di un certo spessore, la qual cosa ha contribuito — piuttosto tristemente — a far parlare di sé nei mesi scorsi. Mi ero quasi scordato della tremenda bufera scatenatasi sul uebbe dopo l’annuncio della collaborazione di Neige e Audrey Sylvain (nonché dell’ignoratissimo cantante dei Gaerea, il cui contributo resta troppo spesso ignorato) e conclusasi piuttosto in malo modo tra la band e l’ex voce degli Amesoeurs e dei Peste Noire. Al netto di questa tragica serie di sfortunati eventi, che non verranno discussi o commentati oltre in questa sede, c’è un motivo per cui ero quasi riuscito a dimenticarmi di tutto ciò. C’è poco da fare, Mære è un disco incredibilmente bello; così bello che, con molta probabilità, ne sentiremo parlare tra dicembre e gennaio quando ‘zine e testate giornalistiche stileranno i loro listoni relativi al meglio del 2021. L’ho detto.

Tornando alle analisi non speculative, ora, c’è un bel po’ da dire sull’ultima fatica degli Harakiri For The Sky. Mæreil cui titolo rimanda all’incubo, quella creatura a cui, in passato, si attribuiva la causa della paralisi nel sonno — è un album dalla durata decisamente importante, di una decina di minuti più lungo del già grosso III: Trauma, e questo potrebbe rappresentare un freno o dissuadere dall’approcciarvisi, eppure dopo giorni di ascolti e riascolti, l’ora e venti di questo doppio disco passa via in maniera inverosimilmente veloce: dieci tracce spalmate su due supporti (indifferentemente che si parli di CD o vinile) che vanno avanti nel lettore per quasi tre quarti d’ora l’uno. Tu sei lì, fermo a leggere e rileggerne i testi, rapito, e così com’è iniziato ti ritrovi a dover cambiare disco; parte il secondo, ti immergi, e finisce anche quello. Le trame di Mære sono diverse da quelle di Arson e di tutti gli altri predecessori, checché M.S. mi avesse anticipato durante l’edizione del 2019 del festival organizzato da Cult Of Parthenope, i toni dell’intera opera sono sempre estremi ma il respiro è molto più ampio; è tutto molto più dilatato. Anche in una “Three Empty Words” che attacca direttissima in medias res, con blast beat (opera di quel metronomo umano che risponde al nome di Kerim “Krimh” Lechner) e riff in tremolo serrati, la sensazione è quella dello sballottamento provato durante un viaggio in nave col mare mosso. Le onde arrivano di punto in bianco e ti si sfracellano in faccia, ma oltre i picchi c’è un immenso mare di male che continua, imperturbabile, col suo andirivieni.

L’album, definito dalla stessa band come il lavoro più personale sia musicalmente che liricamente, segue a modo suo un fil rouge non eccessivamente sfuggevole. La crescita, lo scontro con la realtà, con la vita, con le delusioni e le rotture sono al centro ancora una volta dei testi di J.J., righe densissime di lucida amarezza che, per una volta, non sembrano assolutamente disfattiste, ma anzi paiono quasi andare a fondo nella malinconia e nella sofferenza senza venirne fuori completamente devastati. Certo, anche Mære mette in chiaro come le tragedie della vita possano fare così male da spingere l’essere umano a scegliere l’abuso — di alcol, di droghe, come anche verso se stessi — ma lo fa restando sul limen tra lucidità e disperazione, creando una sorta di stato di sospensione nell’ascoltatore. Un po’, tornando all’esempio di prima, come un viaggio in nave col mare agitato. “I’m All About The Dusk”, ad esempio, sembra quasi un’ode all’oscurità, una spassionata dichiarazione d’amore, pregna di un romanticismo che torna a galla anche in “Once Upon A Winter”. La breve comparsata del mastermind degli Alcest all’interno di “Sing For The Damage We’ve Done” non ha veramente bisogno di commenti, mentre torno a ricordare la presenza del cantante dei Gaerea sull’altrettanto ispirata “Silver Needle // Golden Dawn”: se Neige ha messo i suoi soliti delicatissimi svolazzi di voce nell’una, il fedele portavoce del void ha saputo dare il tono adeguato all’autodistruzione dissoluta dell’altra. La cover dei Placebo in chiusura di scaletta si conferma infine la ciliegina sulla torta che, pur avendomi inizialmente lasciato un po’ dubbioso (come l’apripista “I, Pallbearer”), una volta incastrata all’interno del macro-sistema Mære ha assunto un significato tutto nuovo.

Forse molte di queste parole sono sprecate — specialmente se lette da una delle persone che, come detto in apertura, accusa dolori fisici al solo sentir nominare gli austriaci — e ne sono ben conscio, tuttavia Mære è un disco esagerato su tutti i fronti e che, per questa sua esagerazione essenziale, si chiama una recensione di questo tipo. Se questo disco non ti farà cambiare idea su di loro, continua a vivere come se niente fosse. Se, come me, stavi aspettando con ansia il successore di Arson, probabilmente concorderemo davanti alla prospettiva che si tratta decisamente di uno dei lavori più densi e più belli degli Harakiri For The Sky.

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