Gli Haunter cambiano pelle un'altra volta

HAUNTER – Sacramental Death Qualia

Gruppo:Haunter
Titolo:Sacramental Death Qualia
Anno:2019
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:I, Voidhanger Records
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TRACKLIST

  1. Dispossessed Phrenic Antiquity
  2. Spoils Vultured Upon Sole Deletion
  3. Abdication
  4. Subversion Of A Heathen Tongue
  5. Sacramental Death Qualia
DURATA:46:14

Ci ho messo un po’ per ricostruire la storia degli Haunter, quartetto di San Antonio che non avevo mai incrociato prima del suo approdo su I, Voidhanger. Nati nel 2013 come progetto hardcore-screamo particolarmente sporco e violento, i texani si sono via via spostati lungo una direttrice black che li ha piano piano spogliati degli elementi originari, tanto che già sull’album di debutto della proposta sentita sul demo originale He Who Jumps Into The Void Owes No Explanation To Those Who Stand And Watch (2014), dal titolo 101% emo e con copertina rosa e violetto, rimaneva ben poco. Thrinodίa (2016) era una ruvidissima mattonata black metal dalle venature hc e dal cuore dissonante, tre quarti d’ora autoprodotti e freddissimi.

Lungo preambolo per arrivare a Sacramental Death Qualia, le qualità della morte rituale, che scombina nuovamente tutte le carte della partita che gli Haunter stanno evidentemente vincendo contro la vita. Arrivato sul finire del 2019, il secondo album della band di San Antonio è perfettamente in linea con il percorso seguito fin qui, quanto conseguentemente distante da tutte le tappe precedenti. Nelle informazioni messe a disposizione dall’etichetta addirittura queste cinque tracce vengono paragonate a nomi come Gorguts, Immolation od Opeth, e se gli ultimi due mi sembrano un tipico azzardo da cartella stampa, è innegabile che questi ragazzi abbiano macinato parecchio Luc Lemay, negli ultimi anni, perché in Sacramental Death Qualia effettivamente il death metal supera il black, e in più di un passaggio sembra di ascoltare le follie sperimentali degli Howls Of Ebb fatte però da qualcuno in controllo della situazione, che non ha bisogno di esagerare.

Non che gli Haunter siano facili, anzi, stiamo parlando di cinque canzoni che insieme superano i tre quarti d’ora, ma le strutture in continua variazione e la complessità hanno una parvenza di intelligibilità e i riff e gli assoli semplicemente funzionano. Il primo pericolo, quando si ascolta un disco fatto di cose dissonanti infilate una dietro l’altra apparentemente senza schemi, è quello di finire imbottigliati in un lavoro tanto soddisfacente per il musicista quanto altalenante, se non proprio noioso, per l’ascoltatore. Ecco, il grande merito degli Haunter è esattamente quello di aver perfettamente evitato questo ostacolo. Quasi certamente l’originaria estrazione screamo e black ha aiutato a non perdere la concentrazione in sede compositiva.

Eppure i texani sono riusciti a essere immaginifici e deviati a sufficienza quando si è trattato di scrivere i testi: Sacramental Death Qualia è un viaggio discretamente allucinato tra paesaggi desolati, deviazioni spirituali e occultismi di sorta, in cui versi complessi esprimono concetti ancora più complessi. È pressoché impossibile dare una lettura univoca alle immagini create nei quattro brani cantati, dove a farla da padrone sono idee del tipo «Capsuled in the form of desecrated shrine / Hexed beyond the seizure of the functional universe» o «The primitive substance that manifests / The perfidies of centrifugal cogency». In questo turbinio di ermetismo e vago profumo di autocompiacimento da mamma-guarda-quanto-sono-esoterico svetta però anche il pezzo centrale, “Abdication”, sette minuti strumentali di arpeggi acustici, riverberi e melodie in fingerpicking.

A corredo di un disco già più che interessante in partenza, ecco spuntare il nome di Brendan Sloan (Convulsing) al mastering e il sempre più chiacchierato Elijah Tamu a pennellare l’illustrazione in copertina. Gli Haunter continuano a convincere, anche nella loro terza incarnazione.

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