La grande lode al Male degli Hell's Coronation

HELL’S CORONATION – Ritual Chalice Of Hateful Blood

Gruppo:Hell’s Coronation
Titolo:Ritual Chalice Of Hateful Blood
Anno:2019
Provenienza:Polonia
Etichetta:Godz Ov War Productions
Contatti:Facebook
TRACKLIST

  1. Levitating In Tarry Fog
  2. Covenant Of Doom
  3. Mighty Black Flame
  4. Fullmoon Is The Sinister Light Of Providence
  5. I Crush The Sanctity Of Christ
  6. Resurrection Through Condemnation
DURATA:38:59

La prima cosa che colpisce appena fatto partire il debutto dei polacchi Hell’s Coronation è il suono: il muro di chitarre distorte dallo spessore impenetrabile fa sentire l’ascoltatore come se stesse brancolando nel buio, impegnato a fuggire da una minaccia incombente che lo sta per inghiottire. Questa è la resa sonora perfetta per la proposta musicale contenuta in Ritual Chalice Of Hateful Blood, un disco che riscopre un certo modo di fare black metal e lo appesantisce con influenze doom. Il duo composto da Zepar e Coffincrusher si è formato nel 2016 e da allora ha già pubblicato due EP intitolati Antichristian Devotion (2017) e Unholy Blades Of The Devil (2018), per poi condividere uno split con i conterranei Cadaveric Possession.

Ritual Chalice Of Hateful Blood rappresenta il debutto su lunga distanza e viene distribuito da Godz Ov War Productions. Gli Hell’s Coronation hanno colto l’occasione e hanno dato alle stampe un lavoro che mostra già segni di una certa personalità. Se state cercando blast beat e tremolo picking, sappiate che non ne troverete: l’approccio al metallo nero è più vicino alla concezione primitiva del genere, che preferisce evocare una malevolenza annichilente piuttosto che cedere all’impeto per cui è famigerato il filone. Una specie di grande rituale dedicato al Male con la M maiuscola, interpretato con enfasi da uno scream sporco in vena di recitare versi blasfemi. Siamo in un certo senso più vicini al modo di suonare black metal dei primi Samael oppure a quello caro a un’altra band polacca che è passata di recente sulle nostre pagine, i Domain. Nella musica degli Hell’s Coronation il fattore doom prende, però, una certa predominanza, non sfociando mai in momenti di straziante afflizione e scoramento, ma generando quel passo lento e implacabile, quella pesantezza totalizzante che sembra voler consumare l’ascoltatore distratto per poi risputarne le ossa.

Durante l’ascolto sorprende constatare che il disco migliora sensibilmente di brano in brano; non intendo con ciò negare la validità dell’iniziale “Covenant Of Doom”, tuttavia durante gli ascolti si ha l’impressione che i momenti più ispirati siano stati tenuti per il seguito, con pezzi più avvincenti nei passaggi orecchiabili e meno timidi quando si tratta di introdurre le tastiere come sottofondo, dando vita a passaggi epici all’interno di strutture più articolate. Non nascondo che è proprio il fondo della scaletta di Ritual Chalice Of Hateful Blood (cioè rispettivamente “I Crush The Sanctity Of Christ” e “Resurrection Through Condemnation”) il momento in cui la band ha dato il meglio, portando a compimento la sintesi stilistica della sua musica. Ovviamente ci aspettiamo che questa crescita non sia conclusa: se si considera che Ritual Chalice Of Hateful Blood ha avuto successo nel creare un suono che mostra già una certa sua personalità, credo che valga la pena tenere gli Hell’s Coronation sott’occhio.

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