HELRUNAR – Vanitas Vanitatvm

Gruppo:Helrunar
Titolo:Vanitas Vanitatvm
Anno:2018
Provenienza:Germania
Etichetta:Prophecy Productions
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TRACKLIST

  1. Es Ist Ein Sterbendt Liecht
  2. SATVRNVS
  3. Λωτοφάγοι
  4. Blutmond
  5. Da Brachen Aus Böse Blattern, Am Menschen Und Am Vieh
  6. VANITAS VANITATVM
  7. In Eis Und Nacht
  8. Nachzehrer
  9. Als Die Welt Zur Nacht Sich Wandt
  10. Νεϰρόπολις
  11. Der Tag An Dem Das Meer Seine Toten Freigibt
DURATA:01:02:41

Gli Helrunar non sono mai stati un gruppo di facile approccio. Con i dovuti accorgimenti, mi hanno sempre ricordato i Vision Bleak: un’ottima band, con ottime idee, ma che per qualche ragione è sempre un filo troppo ostica all’ascolto, in cui è difficile entrare fino in fondo.

Sicuramente la mia totale ignoranza della lingua tedesca non aiuta, per cui non posso che limitarmi ad apprezzare le indicazioni fornite dalla previdente Prophecy per poter comprendere un po’ meglio il settimo album di Marcel Dreckmann e Sebastian Körkemeier. Il duo di Münster presenta il proprio lavoro con una fotografia in copertina a dir poco esplicativa, perché La Morte Di Ipazia è una scelta polemica di per se stessa; da qui i due prendono le mosse e calano Vanitas Vanitatvm, il più famoso sonetto di Andreas Gryphius, poeta barocco originario della Slesia, in un contesto contemporaneo. Da cui Vanitas Vanitatvm, che si potrebbe tradurre all’incirca con «tutto è vanità», finisce per essere, a detta di Dreckmann, «il [nostro] lavoro più cinico e misantropico, in modo consapevolmente esagerato» che tratta di «diverse forme di vanità e narcisismo, di cui vuole rivelare le origini psicologiche e sociali».

Insomma, un obiettivo modesto che gli Helrunar affrontano, come sempre, attraverso la loro personale e arzigogolata forma di black metal: mid-tempo, una voce più o meno comprensibile che declama concetti profondi e si fa beffe di strofe e ritornelli e tutto il campionario di variazioni sul tema che ha sempre fatto dei tedeschi un gruppo interessante. Qua e là inserti di chitarra classica rimandano agli Empyrium, tanto che la title track stessa non è altro che un interludio costruito a partire da una base acustica su cui cresce via via un tappeto black metal. E il braccio di Ulf Theodor Schwadorf è più lungo di quanto si possa pensare, perché il Vanitas Vanitatvm è stato registrato proprio nel suo Klangschmiede Studio E, segno che forse l’affinità di cui parlavo tra i Nostri e la seconda band di Stock (i Vision Bleak, appunto) non è poi così campata per aria.

Per quel poco che sono riuscito a capire della sua complessità, il settimo disco in studio degli Helrunar è certamente un’esperienza meritevole, uno di quegli album che ti può tenere impegnato per ore a scoprirne tutti i dettagli, i rimandi e i riferimenti. Da un lato, questo è il più grande pregio del duo teutonico; dall’altro, complice anche un miscuglio tra tedesco, old norse e addirittura dei titoli in greco antico, un po’ di immediatezza in più non guasterebbe. Nonostante le ostentazioni, il bagaglio culturale degli Helrunar è notevolissimo: Vanitas Vanitatvm darà del filo da torcere a tutti i filologi appassionati di musica del male.

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