HORSES DIE STANDING – Synesthesya

HORSES DIE STANDING – Synesthesya

Informazioni
Gruppo: Horses Die Standing
Titolo: Synesthesya
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: horsesdiestanding.it
Autore: Insanity

Tracklist
1. Anesthetic Against Unavoidable Illuminated Possibilities For Being Alive
2. We Don’T Actually Fear Death, We Fear That No One Will Notice Our Absence
3. How Are We To Believe The Believers When We Don’T Believe Ourselves
4. After Such Knowledge, Which Forgiveness?

DURATA: 40:39

Horses Die Standing è il risultato dell’incontro tra Marco Monti e Robert O’Donnell, ma non si tratta di un duo come tanti altri: si definiscono infatti un progetto audiovisuale, in quanto il primo si occupa del lato musicale, mentre il secondo di quello visivo.
“Synesthesya”, questo il nome dell’ep di debutto, è suddiviso in quattro brani che accompagnano altrettanti video e, citando il sito ufficiale, mira a raccontare “i ricordi frammentati, le storie dimenticate, i dettagli insignificanti”.
Il concept alla base è tanto ambizioso quanto interessante, non resta quindi che partire per questo viaggio.
Il primo passo è “Anesthetic Against Unavoidable Illuminated Possibilities For Being Alive”: le immagini sfocate e le malinconiche note di piano iniziali mi hanno portato alla mente un risveglio, non in senso letterale ma metaforico, una sorta di nuovo inizio. Successivamente entrano in scena piccoli invertebrati che alternano e intrecciano i propri colori filtrati, spenti e al contempo luminosi; il sottofondo musicale si fa più solido toccando sonorità IDM e sensazioni tipiche del Post-Rock, i soggetti sembrano lottare per la vita: troviamo una farfalla che muove le ali apparentemente senza forze, un ragno agonizzante e piccoli insetti che in gruppo credo si stiano cibando di una loro preda.
Insieme a questa scena viene mostrata una bocca umana aperta, forse l’inevitabile possibilità di sopravvivere citata nel titolo è cibarsi degli altri? Se per questi piccoli insetti possiamo intenderla unicamente in senso letterale, per noi umani, esseri viventi più evoluti (a quanto dicono, almeno), possiamo interpretarla come un’allegoria relativa al bisogno degli altri, sia con un significato positivo (la collaborazione con i propri simili) che con uno forse più sadico ma comunque per nulla surreale (la distruzione della preda a proprio vantaggio).
A seguire abbiamo “We Don’t Actually Fear Death, We Fear That No One Will Notice Our Absence”, le immagini appaiono come una sequenza di ricordi che si susseguono, si confondono, si mischiano; luoghi, persone, sculture con un sottofondo che unisce Drone e atmosfere Post vagamente oscure (mi torna in mente quando lessi “emotional drone” nella loro presentazione, ora riesco a comprendere cosa intendessero).
La paura della morte, di perdere le proprie memorie, di non essere più in quelle altrui, forse in questo caso il titolo esplica fin troppo bene il significato; in un certo senso questo brano rafforza il messaggio del primo episodio, anche quando la vita finisce abbiamo la necessità di rimanere presenti negli altri, anche se solo sotto forma di ricordo.
Siamo alla terza tappa del nostro percorso, c’è più luce nella musica di “How Are We To Believe The Believers When We Don’t Believe Ourselves”, anche se le chitarre tendono ad affievolire le sensazioni positive; la scelta di desaturare i colori di una strada già poco illuminata scurisce ulteriormente il tutto e su di essa si sovrappongono inoltre immagini che mi hanno fatto pensare alla “melancolia urbana” di Netra o all’immaginario di Burial.
Il finale sorprende, la strada diventa più buia e la musica più dinamica con un basso distorto all’inverosimile che disintegra la mente, si fa tutto sempre più oscuro, ma alla fine torniamo a vedere ciò che abbiamo di fronte: uno stop, che potrebbe rappresentare la fine di un percorso che nonostante le difficoltà ci ha portati finalmente ad un punto fermo.
Nel brano è presente il dialogo tra Antonius Block e la Morte tratto dal film “Il Settimo Sigillo”, che collega questa traccia alla precedente tramite la figura del Tristo Mietitore. Siamo giunti al capolinea, purtroppo di “After Such Knowledge, Which Forgiveness?” abbiamo a disposizione solo il lato sonoro fatto di tastiere soffuse, chitarre sognanti e voci che riecheggiano nella mente.
Sarebbe interessante poter vedere anche il lato visivo associato al brano, le due facce di questo lavoro sono talmente legate che viene difficile riuscire a immaginarle l’una senza l’altra, per quanto comunque siano entrambe di qualità non indifferente. In ogni caso, cercando di interpretare il significato di quest’ultima sezione, potremmo identificarla come una sorta di pensiero finale relativo a questo percorso: nel titolo si parla di una conoscenza acquisita e di un perdono che probabilmente verrà negato.
Riassumendo, “Synesthesya” è un lavoro da ascoltare/vedere più e più volte, i messaggi spesso sono nascosti e l’interpretazione potrebbe variare da persona a persona; il titolo in effetti invita quasi a lasciare che udito e vista si influenzino a vicenda in modo da crearsi un’idea personale.
L’esperienza che si prova ascoltando questo disco è profonda e impegnativa, non è assolutamente qualcosa da fare a tempo perso: se quindi foste interessati sperimentare questo viaggio, sappiate che non sarà semplice ma riuscirà a lasciare sicuramente un segno indelebile dentro di voi.

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