HYPNOS – Cold Winds

 
Gruppo: Hypnos
Titolo: Cold Winds
Anno: 2016
Provenienza: Svezia
Etichetta: Crusher Records
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TRACKLIST

  1. Start The Hunt
  2. I'm On The Run
  3. The Captive
  4. Det Kommer En Dag
  5. Descending Sun (Unrootables White)
  6. Cold September
  7. Transylvanian Nightmare
  8. 1800
DURATA: 49:04
 

Il primo ascolto del secondo album degli Hypnos porta a galla un gruppo più incazzato e scuro del debutto eponimo, tante piccole verità e un pizzico di rammarico per un lavoro che averebbe potuto anche realizzare il centro pieno. "Cold Winds" — questo il titolo assegnatogli — è la forma matura e decisamente orientata a far fluire il lato più heavy degli Svedesi, un concentrato che parte dalle influenze classiche di gente come Thin Lizzy, Deep Purple, U.F.O., Captain Beyond e in parte Jethro Tull, per poi spostarsi in zona metal, prendendo a cuore ciò che Iron Maiden e Judas Priest hanno partorito negli anni d'oro, strizzando infine ancora una volta l'occhiolino a realtà più odierne e connazionali tipo Graveyard e Horisont.

Sin qui non ci trovo niente da obbiettare, siamo di fronte a una band che si diverte e realizza buona musica, mostrando di saper utilizzare le chitarre gemelle in maniera sapiente, come nell'apripista "Start The Hunt" e nella successiva "I'm On The Run", che brillano dello stile Lynott-Murray-Smith. Inoltre concepisce melodie e atmosfere malinconico-retrò accattivanti, esempio ne sono "The Captive" (piacevolmente inframezzata dall'ingresso del flauto, ricordando così un po' gli Orne) e la ballata "Det Kommer En Dag" (unico episodio non interpretato in inglese). Le accelerazioni e l'energia più rock comunque non mancano in "Descending Sun (Unrootables White)", "Cold September" e "Transylvanian Nightmare", mentre "1800" porta a conclusione il disco con la sei corde che si espone in modo più vario sia per riffing che solistica, insieme all'ennesimo accesso consentito al flauto, che ben si sposa con la magia degli anni Settanta e Ottanta prodotta.

Un'uscita perfetta? Direi di no. La compagine svedese ha mantenuto alta la fruibilità e la qualità, ascoltando "Cold Winds" capita però di incrociare scelte stilistiche che tendono a ripetersi, creando così una sorta di omogeneità che appesantisce un po' l'andazzo generale della scaletta, evidenziando per di più la perdita di parte della genuina immediatezza che caratterizzava "Hypnos", a favore di un modus operandi compositivo le cui strutture — più lunghe e articolate — risultano essere non pienamente sviluppate.

Gli Hypnos stanno cercando di imprimere un passo proprio alla musica, un segnale che reputo positivo e che ci permette di registrare la loro continua intenzione di migliorarsi, regalando ieri con "Hypnos", oggi con questo "Cold Winds" e mi auguro un domani con gli album che verranno, delle uscite che saremo lieti di accogliere nello stereo.

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