In Cauda Venenum - G.O.H.E.

IN CAUDA VENENUM – G.O.H.E.

Gruppo:In Cauda Venenum
Titolo:G.O.H.E.
Anno:2020
Provenienza:Francia
Etichetta:Les Acteurs De L’Ombre Productions
Contatti:Facebook  Youtube  Bandcamp  Spotify  Soundcloud
TRACKLIST

  1. Malédictions
  2. Délivrance
DURATA:44:02

Dopo aver debuttato nella primavera del 2015 su Emanations e aver successivamente pubblicato uno split con Heir e Spectrale sempre per la sotto-etichetta di LADLO, non c’erano più state notizie degli In Cauda Venenum: quei tre raffinatissimi esploratori degli abissi dell’animo umano che mi avevano rapito con il loro omaggio a Twin Peaks sembravano scomparsi. Il trio d’oltralpe, invece, ha trascorso la bellezza di quattro anni a plasmare il successore di In Cauda Venenum ed eccolo qui a festeggiare il suo primo decennio di attività con G.O.H.E., un semplicissimo album da due tracce per 44 minuti di allucinazioni lychiane distillate ancora una volta in forma di post-black metal.

La creatura di Romain “Ictus” Lupino, Nicolas “N.K.L.S.” Deléchenault e Raphaël Verguin (Psygnosis e Rïcïnn), assistita dal bassista-contrabbassista Julien “Amajee” Lemaire e dal pianista Jonathan Carette, è tornata a mostrare le proprie abilità compositive senza scombinare le carte in tavola distribuite nelle precedenti passate. Di nuovo siamo davanti a pezzi dalla durata consistente — il che è tutto dire, considerati i 15 minuti del loro brano più breve — che mancano di una struttura convenzionale; più flussi di coscienza che canzoni con tutti i crismi del caso. Tanto “Malédiction” quanto “Délivrance” si prendono il loro tempo per aprirsi, crescendo pian piano e aggiungendo strato su strato strumenti e melodie, per poi esplodere con una teatralità e un’emotività non indifferenti. Qualcuno potrebbe obiettare che l’approccio degli In Cauda Venenum sia un po’ troppo sconclusionato, vista la quantità di idee concentrate in forme così destrutturate, ma trovo che questo sia in realtà uno dei pregi della formazione francese, capace di fare musica con pennellate imprecise dal punto di vista del canone ma ricche di espressività.

Per quanto riguarda le tematiche, il terreno su cui ci troviamo è decisamente — e direi volutamente — oscuro. L’acronimo che costituisce il titolo dell’album sta per Geneva Odelia Hilliker Ellroy, madre dello scrittore americano James Ellroy; qui terminano i fatti. Come i versi in francese di Ictus e N.K.L.S. testimoniano, l’opera è incentrata sulla storia della donna ma probabilmente questa si intreccia con le vicende della più celebre Elizabeth Short, ovvero la Black Dahlia su cui non a caso James Ellory ha basato uno dei suoi maggiori successi editoriali. Ci sono spezzoni di parlato (monologhi in inglese, pronunciati da una voce maschile) sparsi lungo entrambe le tracce degli In Cauda Venenum, ma non sono riuscito a capirne la provenienza, eppure sembrerebbero spingere ancora di più verso la direzione del mix delle tematiche. Considerando anche i due ritratti presenti sulla copertina e all’interno del digipak, opera di Jeff Grimal (ex-The Great Old Ones e oggi mente degli Spectrale) pare dunque verosimile che il trio francese ci abbia proposto un concept album dedicato al caso Ellroy, indagando non solo i fatti in sé ma soprattutto i risvolti psicologici ed emotivi degli eventi che hanno segnato la vita dell’autore statunitense. Come riportato su Encyclopædia Britannica, infatti, dopo l’omicidio della madre, Ellroy non ebbe vita facile: fu espulso da scuola prima del diploma e non molto tempo dopo fu cacciato con disonore dall’esercito, finendo in una spirale di droga e alcol la cui dipendenza era stata acuita anche dalla scomparsa del padre. Altro che rose, fiori e mini pony.

A conti fatti, dunque, G.O.H.E. si presenta superficialmente come una bella prova, ma non è solo questo. Il secondo album degli In Cauda Venenum è un momento di riflessione personale, è un tentativo di analisi letteraria ma soprattutto è un omaggio artistico su tutti i fronti a James Ellroy e alle vicende che ne hanno segnato la vita. Meglio centellinare le idee e condensarle in opere del genere, piuttosto che affollare il già fitto panorama musicale mondiale, e questi francesi l’hanno capito benissimo. Non importa quanto c’è da aspettare: alla fine, qualcosa verrà sempre fuori.

Facebook Comments