INBORN SUFFERING – Regression To Nothingness

 
Gruppo: Inborn Suffering
Titolo:  Regression To Nothingness
Anno: 2012
Provenienza:  Francia
Etichetta: Solitude Productions
Contatti:

Facebook  Reverbnation

 
TRACKLIST

  1. Slumber Asylum
  2. Born Guilty
  3. Grey Eden
  4. Apotheosis
  5. Another World
  6. Regression To Nothingness
  7. Self Contempt Kings
DURATA: 01:12:27
 

Come vi avevo preannunciato nella recensione di "Wordless Hope", debutto degli Inborn Suffering ristampato quest'anno, il 2012 ci ha consegnato anche il secondo capitolo discografico a distanza di sei anni dall'uscita originale di quel lavoro, il titolo del nuovo album è "Regression To Nothingness".

Cos'è cambiato? Iniziamo dalla formazione, il posto di cantante e secondo chitarrista stavolta è coperto dalla sola figura di Laurent Chaulet dei Morning Dawn che sostituisce quelle di Gwadsec'Hedik Kraban e Frédéric Simon, mentre al basso non c'è più Emmanuel Ribeiro bensì Philoxera, artista che abbiamo incrociato in qualità di mente del progetto black Profundae Libidines con il primo disco "Evangelium Secundum Mattheum" recensito proprio dal sottoscritto.

Le influenze provenienti dalla terra d'Albione sono ancora presenti, specialmente le tracce di My Dying Bride e primissimi Anathema sono inconfondibili, a questi però si uniscono due formazioni più recenti e che in un certo senso a quell'onda doom si rifanno: gli irlandesi Mourning Beloveth e i finnici Swallow The Sun. Il tiro quindi non è si è del tutto modificato, ma ha assunto adesso una forma più moderna e un aspetto tendente al progressivo che sembra non voler mai risultare assente ingiustificato in questi ultimi anni.

Un piccolo e percettibile passo in avanti è stato compiuto, il platter però ha un unico grosso difetto, lo tiro fuori subito poiché dopo saranno soltanto i pregi a venir decantati: è la durata, quasi un'ora e un quarto è troppo quando hai due pezzi in fase pre-conclusiva che lasciano adito a qualche perplessità. Infatti sia "Another World" che "Regression To Nothingness" paiono tentennare rispetto agli altri, la composizione è meno fluida seppur la prima sia la traccia più corta inserita in scaletta.

Tolto questo rimane un lotto di brani che sfavilla, un quartetto di canzoni in apertura che farebbe gioire o per meglio dire renderebbe immensamente desiderabile il grigiore da loro emanato a ogni amante del doom. "Slumber Asylum" e "Born Guilty" possiedono un impianto atmosferico fantastico, quella concentrazione di melancolia, arte e beltà è racchiusa in una bolla temporale che la rende infinita, lontana dall'appassimento e dal deterioramento causati dal trascorrere incessante dei giorni e degli anni. Questa sensazione diviene certezza con i capitoli seguenti "Grey Eden" e soprattutto "Apotheosis" che disegnano un panorama immaginario fatto di melodie e rimembranze del doom che aveva familiarità con l'area death, ciò è ancora più evidente nella già nominata "Another World", meno liquida e più incline a esaltare il lato roccioso del gruppo.

Gli Inborn Suffering incantano e contemporaneamente innescano un processo che induce all'oblio con tanta dolcezza quanta coscienza di finire all'interno di una dimenticanza che si è cercata. Mai prima d'ora i francesi avevano composto o si erano avvicinati a comporre episodi pregni di una tale densità emotiva, così giunti a "Self Contempt Kings" dilaniati ed estasiati da un'aura che raggiunge picchi di depressivo stranamente sin troppo dolciastri per abbattere, quasi consolatori nel loro progredire, non vi nego che la voglia di ricominciare immediatamente l'ascolto è stata istantanea.

Ulteriori punti di forza sono poi il pregevole lavoro d'ornamento melodico di Stéphane Peudupin (Fractal Gates ed ex Lethian Dreams); l'utilizzo calibrato dei synth da parte di Sebastien Pierre, compagno di Stéphane anche nelle altre due band citate, che entrano ed escono di scena come se volessero affettare le canzoni ed affondarvi dentro; la sezione ritmica di Philoxera e Thomas Rugolino (Funeralium ed ex Mourning Dawn) che rispetto a quella di "Wordless Hope" possiede una consistenza e una marcia in più, specie il batterista, maggiormente "cattivo" quando è necessario e dalla dinamica più ampia; infine il growl e i momenti appena accennati di parlato di Laurent sono la pennellata che gli rende definitivamente giustizia.

Gli Inborn Suffering sembrano un'altra band, il prendersi tempo uscendo sulla lunga distanza pare proprio aver dato quella spinta e quella sostanza che ha permesso ai transalpini di attuare uno scatto in avanti, scatto confermato da "Regression To Nothingness", la cui produzione a cura di Andrew Guillotin presso gli Hybreed Studio, con il master affidato poi alle sapienti mani di Jens Bogren, è la più classica delle ciliegine sulla torta.

Ci toccherà attendere altri sei anni per ascoltare un terzo capitolo? Potremo gridare al capolavoro? Purtroppo no, la formazione si è sciolta, sarà comunque difficile dimenticarla, ma nel caso in cui dovesse succedere, incrociando le note di questo disco sono sicuro che l'acquolina in bocca ce la ricondurrà alla mente. Inutile dirvi che "Regression To Nothingness" è da acquistare e consumare ripetutamente.

Facebook Comments