Gli Infection Code cambiano veste, ma continuano a far male

INFECTION CODE – In.R.I.

Gruppo:Infection Code
Titolo:In.R.I
Anno:2019
Provenienza:Italia
Etichetta:Argonauta Records
Contatti:Facebook  Bandcamp
TRACKLIST

  1. Slowly We Suffer
  2. Unholy Demo(n)cracy
  3. Where The Breath Ends
  4. The Cage
  5. Alteration
  6. New Rotten Flesh
  7. Dead Proposal
  8. 8Hz
DURATA:53:38

Vi dirò la verità: riguardo il nuovo disco degli Infection Code, ero tanto curioso quanto preoccupato. Il gruppo alessandrino, sia durante le fasi di composizione che nei mesi immediatamente precedenti la pubblicazione, non aveva mantenuto particolare riserbo, dichiarando a più riprese che In.R.I sarebbe stato un album di rottura, una sorta di ritorno alle radici. La rottura, in realtà, era già iniziata con l’aggiunta di Max e Davide, subentrati a Paolo ed Enrico (rispettivamente chitarrista e bassista), con quest’ultimo, ovvero colui che nei lavori precedenti era responsabile anche della parte effettistica ed elettronica, ormai impegnato a tempo pieno nel progetto Petrolio. Tali preamboli lasciavano già presagire alcuni mutamenti, ma personalmente non avrei osato sbilanciarmi a immaginare se tale cambiamento avrebbe potuto produrre risultati positivi o meno.

Il sottoscritto ha amato molto le sperimentazioni più dissonanti e rumoriste presenti in La Dittatura Del Rumore e in Dissenso ed era francamente dispiaciuto all’idea che venissero abbandonate completamente. Eppure, nonostante la quasi totale assenza di queste sonorità, gli Infection Code sono stati in grado di centrare ancora una volta il bersaglio. Pezzi come “Slowly We Suffer” e “Alteration” sono chiarissimi nel mostrare il nuovo percorso del quartetto piemontese: le radici thrash, forti di una spinta quasi hardcore, incrociano ancora una volta quella tipica venatura apocalittica, grezza ed estremamente acida di cui, fortunatamente, i Nostri non riescono più a fare a meno. Rimane ancora distintamente percepibile il retaggio industrial, ma è presente come una sorta di acre retrogusto, una propensione naturale da cui è impossibile affrancarsi totalmente; stavolta, però, questa cifra stilistica non fa il paio con dissonanze e alienanti effetti elettronici, bensì viene amalgamata con riffoni spaccaossa, sanguigni e pesanti come dei macigni.

I quattro alternano badilate con un groove che strappa via la carne a sputi (“New Rotten Flesh”, “Unholy Demo(n)cracy”, “Dead Proposal”) a virulenti nervosismi sonori uniti a costruzioni atmosferiche e melodie caustiche, colme di disagio, rabbia e rancore (“Where The Breath Ends”, “The Cage”). Per dare un’idea di massima di ciò che si può trovare all’interno di In.R.I., si potrebbe immaginare un frullato contenente Godflesh, Fear Factory, i Neurosis dei primi anni ’90, Gojira e Kreator: il tutto sbriciolato e pressato all’interno di una vera e propria granata che, deflagrando, rade al suolo ogni cosa nel raggio di miglia e miglia. Capisco bene che possa non essere così semplice immaginare come da un simile mischione possa uscire qualcosa di veramente valido, eppure questo disco funziona alla grande.

In tutta onestà, fa un pochino effetto sentire Gabriele sbraitare nuovamente in inglese, cosa che non succedeva da una decina d’anni, ovvero dai tempi di Fine. Ho sempre pensato (e continuo a esserne convinto) che le sue urla sgolate avessero una resa migliore con l’italiano, ma anche stavolta la sua voce è di grande effetto; sempre abrasiva e morbosa come si conviene, è oltremodo efficace quando è ora di sputare veleno all’interno di pezzi oggettivamente difficili da descrivere a livello musicale, vividi squarci che ci mostrano una band sempre più incazzata, martellante e antitetica. Un gruppo che giustamente se ne fotte altamente delle categorizzazioni e che fa semplicemente ciò che gli riesce meglio, ovvero cimentarsi in un terrorismo sonoro frenetico, nichilista, manco a dirlo infettivo, che leva via lo scalpo senza alcuna pietà.

A tutti gli effetti In.R.I. è un coacervo di stili che si compenetrano senza soluzione di continuità, pur lasciando emergere con furiosa prepotenza un marchio di fabbrica a dir poco personale e inconfondibile, estremamente tellurico e psicotico. Questa è una veste inedita per gli Infection Code: tutt’altro che innovativa in senso ampio, ma che — pur essendo nuova — sembra calzare a pennello sulle fattezze sempre più disturbanti, corrose e sanguinanti del quartetto piemontese. Difficile stabilire se sia un’evoluzione che guarda all’indietro o un’involuzione che punta in avanti, ma a conti fatti tutto ciò è molto poco importante. Ciò che conta è che gli Infection Code continuano a far male, molto male, a prescindere dalle armi che imbracciano.

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