IVY GARDEN OF THE DESERT – Blood Is Love | Aristocrazia Webzine

IVY GARDEN OF THE DESERT – Blood Is Love

Informazioni
Gruppo: Ivy Garden Of The Desert
Titolo: Blood Is Love
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Nasoni Records
Contatti: myspace.com/ivygardenofthedesert
Autore: Mourning

Tracklist
1. Viscera
2. A Golden Rod For This Virgin
3. Weasel In Poultry Pen
4. Ghost Station
5. 1991
6. Glicine

DURATA: 33:25

Tempo di rientri, avrete notato che in quest’ultimo periodo molte band già avvistate da e su Aristocrazia sono riscese in campo con dei nuovi lavori, in questa schiera possiamo inserire anche i trevigiani Ivy Garden Of The Desert con il secondo ep “Blood Is Love”.
È passato poco meno di un anno da quando scrissi di “Docile”, mini platter che mostrava una formazione preparata, matura alla quale mancava quel pizzico di personalità che aiutasse a fare il cosiddetto salto di qualità, l’avranno trovata? Secondo me sì.
Stavolta la quadratura del cerchio è riuscita, non ci sono sbavature, solo sei brani integralmente fondati su influenze note si vedano Kyuss, Queens Of The Stone Age, Colour Haze, Lo-Pan, Dozer e ve ne verranno non so quante altre in mente, su un uso di sfumature alternative/post-grunge e doom che confluiscono in un’onda sabbiosa e psichedelica, un serpente gigante e maestoso che strisciando innalza una coltre intrisa di una droga che oscura lo sguardo e crea allucinazioni.
Immagine molto da “stoned in the desert” no? Ciò che adesso fa realmente la differenza in favore del trio di Montebelluna è aver rotto gli schemi, aver compreso come bisognasse oltrepassare il valico che da “standard”, con una riproposizione classica di cliché ottimamente elaborati e proposti, conduce all’essere una realtà propria.
Si percepisce un “vibe”, un feeling più intenso causato dalle soluzioni orchestrate in modo da far pendere l’orecchio sempre dove vogliono loro, è seducente la maniera con la quale sembrano rotolare come una balla di fieno spinta dal vento, irruenti le sferzate che apportano adrenalina e peso al riffing nei frangenti inattesi e ancora emozionanti nella prestazione di un Diego più in vena che mai sia nell’assestare melodie con la sua sei corde che nell’impostare la voce per accodarsi al flusso sonoro da “trip” o più incline a risvegliare sensazioni hard rock.
Ogni canzone è una storia a sé, sei capitoli che vedono “Viscera” rimescolare le carte in tavola più volte ma è evidente che la mano di Joshua Homme abbia ancora una volta guidato i ragazzi, in questo primo pezzo perfetta la prova del batterista Andrea che continuamente gioca con i tom e infila una dovuta sequenza di fills per rendere più dinamico il tutto.
L’apertura di “Blood Is Love” manda un messaggio chiaro e tondo: qui c’è musica per le nostre orecchie. Con “A Golden Rod For This Virgin” viene esaltata la coesione strumentale, Andrea e il bassista Paolo alimentano questo brano che nelle battute iniziali chissà per quale motivo ho sognato come uscito dalla prima era dei post-grunger Silverchair, c’è un qualcosa nella compattezza e nel sound che mi ha riportato alla mente la band di Daniel Johns anche se è andato scemando sino a scomparire assorbito dall’atmosfera stoner ricreatasi, mentre “Weasel In Poultry Pen” dirige lo sguardo in zona teutonica, la figura di Stefan Koglek e dei suoi Colour Haze è sì il riferimento ideale per dare natalità alla creatura, è però presente quel qualcosa in più a livello di percezione che ne timbra la natura Ivy Garden Of The Desert e questa è una vittoria.
Siamo alla seconda parte del disco e viene incontro al nostro udito “Ghost Station”, la pulizia diviene un fattore determinante per far sì che i suoni si approprino di negatività come se fosse un’anima errante, in costante pena a raccontare la propria storia e con “1991” il ricapitolare delle doti in possesso dai trevigiani si esprime sotto forma di una traccia lunga circa sei minuti e mezzo che impastano fuzz stoner, bluesy e spacey mood, echi e riverberi conducendoci all’ultimo tassello del puzzle.
“Glicine”, la più estesa, la canzone con la “testa fra le nuvole” si divide fra possenti ondate groove e infiniti spazi astrali tanto da farti chiedere perché il disco sia già finito. “Play Again”.
Se ancora non si fosse capito il secondo atto della trilogia degli Ivy Garden Of The Desert è un passo in avanti netto e indiscutibile, dal sound brillante e dalla spiccata grinta corredata da più che consistenti macchie di personalità, ciò porta a pensare che la terza prova potrebbe essere un capolavoro ma con la “c” maiuscola, il loro “C”.
Comprate, comprate e comprate, l’Italia per l’ennesima volta dice la sua a gran voce, li supportiamo o no? A voi adesso, cosa avete intenzione di fare?