KALOT ENBOLOT – Regnum Dei

 
Gruppo: Kalot Enbolot
Titolo:  Regnum Dei
Anno: 2010
Provenienza:  Polonia
Etichetta: Eastside
Contatti:

Non Disponibili

 
TRACKLIST

  1. Infidelis
  2. The Grand Adversary
  3. Advocati Sancti Sepulchri
  4. Jerusalem The Whore
  5. Children Of Judas
  6. Mother Of Demons
  7. The Figurehead [cover The Cure]
DURATA: 57:47
 

La Polonia è terra metal, la Polonia è terra che adora la violenza e l'estremo, l'avrò ripetuto non so quante volte, eppure questa nazione non finisce mai di sorprendermi, lo fa portandomi alle orecchie dischi di band delle quali non ho mai neanche sentito parlare e che meritano un po' di spazio, questa volta è il turno dei Kalot Enbolot.

È un black battagliero, epicheggiante e intriso di storia ciò che il trio composto da Tomasz (basso e chitarre), Svart (batteria) e Mike (voce) sfodera nella scintillante prova, ma non priva di pecca, a titolo "Regnum Dei". Non ho termini di paragone interni in quanto non ho avuto il piacere d'ascoltare il debutto "MCCCXLVII" e spero di reperirlo al più presto perché la curiosità è molta, inoltre i tre fanno tutti parte del progetto Vexatus, band death metal che nello stesso anno in cui venne rilasciato questo secondo lavoro, il 2010, diede alle stampe un buon dischetto intitolato "Tortura".

I Kalot Enbolot amano i concept album, se il primo infatti era totalmente incentrato sulla piaga che nel 1347 dilaniò l'Europa con l'avvento della Morte Nera (peste), "Regnum Dei" è teso a narrare le gesta che animarono le Crociate, inequivocabile in tal senso la scelta dei nomi conferiti ai brani, "Infidelis", "Advocati Sancti Sepulchri" e "Jerusalem The Whore" sono espliciti rimandi a un tempo, non poi troppo distante da una certa mentalità cristiana odierna, vedasi l'atteggiamento in stile anno 1000 tenuto dalla Chiesa nei confronti di Nergal, in cui l'ottusità e la voglia di potere condussero migliaia di guerrieri alla morte per una lotta territoriale, migliaia di donne e bambini trucidati e resi schiavi oscurati dalla malsana idea di chissà quale miracolo irrealizzabile preposto a salvarne le anime. Leggete poi il testo di "Children Of Judas" narrante la Crociata Dei Bambini del 1212, al fin di tutto per avere quali risultati? Un bel calcio in culo, una delle pagine più nere e infelici della storia europea.

Musicalmente l'approccio è vario, intenso ed emotivamente galoppante, le composizioni fornite di una più che discreta durata, si va dalla più breve "The Grand Aversary" di quasi sette minuti sino ad arrivare ai quasi dodici di "Mother Of Demons", alternano sfuriate in velocità, schegge impazzite com'è di natura il corso imprevedibile di una battaglia, aperture acustiche delicate e melancoliche quasi a sottolineare con un massiccio velo di tristezza la presenza di una Morte compagna d'avventura costantemente presente e melodia, tanta melodia.

Le chitarre il più delle volte sostenute e irruente tessono trame impregnate di sapore ancestrale, la staticità non è compresa nell'ascolto e non solo per quanto riguarda la sezione strumentale, la prestazione di Mike dietro al microfono è interessantissima sia nei momenti classicamente ancorati allo standard vocale black, sia nei frangenti in cui esplode con linee pulite siano delicate o possenti tanto da ricordare in alcuni attimi Garm, penso a quelle inserite in "Infidelis" o a quelle evocative espresse con naturalezza in "Mother Of Demons", il risultato in entrambi i casi è davvero esaltante.

Dando un'occhiata alla biografia del gruppo avevo notato come i ragazzi avessero piacere a registrare cover, in passato infatti ne avevano già realizzate due, "At The Heart Of Winter" degli Immortal inserita poi in chiusura di "MCCCXLVII" e "Black Spell Of Destruction" di Burzum, quest'ultima mai rilasciata, la settima traccia di quest'album è un tributo ai Cure. È infatti "The Figurehead", brano tratto da uno dei masterpiece degli inglesi, "Pornography", a condurre verso la parola fine il lavoro, i Kalot Enbolot le rendono giustizia, nessuna versione uber-black, il pezzo ha mantenuto la sua eleganza anche se è decisamente più duro, la voce di Smith però non la si può sostituire, lì c'è poco da fare.

Se devo proprio cercare un lieve difetto il disco lo possiede, l'ottima esecuzione e il feroce dinamismo di Svart dietro le pelli vengono in parte penalizzati da un suono di batteria non proprio ottimale, un po' plastificato, peccato perché nel complesso la produzione regge botta alla grande.

"Regnum Dei" è un disco con le palle, curato sotto tutti gli aspetti, vi invito nuovamente a leggere i testi, a guardare la cover, il retro e la stampa sul cd perfettamente ricreanti quell'atmosfera carica di tensione, a riportare in auge gesta arcaiche ormai conosciute solo alla memoria dei più tramite libri (sempre che in Italia le nuove generazioni leggano…) e racconti.

I Kalot Enbolot sono rimasti nell'ombra ingiustamente anche per troppo tempo, non urlerò al capolavoro, non vi dirò che questo disco rivoluzionerà i vostri ascolti, ciò che posso assicurarvi è che non può essere ingiustamente bistrattato per una mancanza di visibilità dovuta a più fattori. Se vi capitasse fra le mani vi consiglio di non farvelo scappare.

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