Kariti - Dheghom | Aristocrazia Webzine

KARITI – Dheghom

Gruppo: Kariti
Titolo: Dheghom
Anno: 2024
Provenienza: Italia
Etichetta: Lay Bare Recordings
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TRACKLIST

  1. As Within
  2. A Mare Called Night
  3. Сон (Son)
  4. Vilomah
  5. Reckoning
  6. Metastasis
  7. Sanctuary
  8. River Of Red
  9. Emerald Death
  10. Toll
  11. So Without
DURATA: 43:09

Folk, nichilismo russo, lutto, misticismo: what’s not to love? Mi ero innamorato del debutto di Kariti — al secolo Katia, al secolo Ekaterina — quattro anni fa, quando uscì Covered Mirrors su Aural Music ed è stato un piacere vedere la sua evoluzione negli ultimi anni, a partire dalle sue prime esibizioni dal vivo. Su Lay Bare Recordings è finalmente uscito il secondo disco, Dheghom, che mostra un grande ampliamento dello spettro creativo di Kariti, merito — non esclusivo — del contributo di un insieme di collaboratori che hanno assistito nella realizzazione: il fidato Marco dei Grime alla chitarra, partner creativo e di vita, Lorenzo Della Rovere al basso e alla batteria su un paio di tracce.

Il carattere intimo e ancestrale si intuisce già dal titolo: dheghom è una parola protoindoeuropea, una parola ricostruita (chi ha studiato linguistica o anche solo seguito L’Invasione, l’ottimo podcast del Post, saprà cosa significa) che simboleggia la Terra, intesa come divinità ctonia madre di tutti gli esseri viventi. La natura esclusivamente acustica del debutto è qui accantonata in favore di una varietà di arrangiamenti che però non alterano la malinconia e la sensibilità del disco.

Ancora una volta c’è la bellissima alternanza tra inglese e russo, la lingua madre di Kariti, nata e vissuta nell’estremo oriente siberiano prima di trasferirsi a Trieste tempo fa. Dheghom si apre e si chiude come un cerchio: “As Within” e “So Without” sono due versioni del poema Сон (“Son”, titolo su cui Katia gioca con il concetto di maternità e con la traduzione russa sogno anche nella traccia omonima) di Aleksandr Blok, la prima in lingua originale e la seconda tradotta. In contrasto con le sonorità spoglie di Covered Mirrors, gli spazi di Dheghom sono riempiti pienamente dai sintetizzatori di “A Mare Called Night”, altro gioco di parole e brano incentrato su una giumenta apparsa in un incubo a Katia, dagli archi di “Reckoning” o dall’esecuzione a band completa di “Rivers Of Red”, restituendo una dimensione meno essenziale ma non meno personale che si unisce perfettamente ai testi bilingui, intrisi di poesia, morte e sofferenza. “Vilomah” — termine sanscrito traducibile come contro l’ordine naturale — è un altro momento che spicca, con Katia impegnata a tessere un duetto da brividi con Dorthia Cottrell dei Windhand.

Kariti si rivela quindi più di una semplice cantautrice con chitarra acustica in spalla, grazie anche a scelte coraggiose e quasi mai semplici per gli animi sensibili, ovvero aprirsi agli altri e accettarne il supporto: Dheghom è un disco ammaliante, da cui lasciarsi avvolgere senza opporre resistenza.