Kassad - London Orbital

KASSAD – London Orbital

Gruppo:Kassad
Titolo:London Orbital
Anno:2020
Provenienza:Regno Unito
Etichetta:Hypnotic Dirge Records
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TRACKLIST

  1. The Boundary
  2. The Concrete
  3. The Hope
  4. The Hopeless
  5. The Hollow
DURATA:38:45

Straniante è sicuramente uno degli aggettivi che meglio si avvicina a descrivere l’esperienza di ascolto di London Orbital, il secondo album di Kassad. Di questo progetto si sa poco e nulla, in realtà, se non che il volto del solo musicista coinvolto appare occasionalmente semi-nascosto nell’ombra. Dopo aver debuttato nel 2016 con un EP, al quale ha fatto seguito l’album Faces Turn Away nel 2017 (poi stampato da Hypnotic Dirge come cd, dopo l’iniziale tiratura in cassetta autoprodotta), l’artista londinese è tornato a mettere in musica le angosce della moderna vita metropolitana, stavolta condensandole in poco meno di quaranta minuti di post-black metal.

A dispetto delle parole dello stesso autore circa il fil rouge dell’album, sono abbastanza convinto che l’intenzione di Kassad non sia soltanto quella di rappresentare un futuro distopico e opprimente figlio della migliore letteratura cyberpunk, ma anche e soprattutto di far comprendere all’ascoltatore come un futuro simile sia, in effetti, potenzialmente dietro l’angolo. In questo senso, il comparto visuale di London Orbital rende perfettamente l’idea: strade sfatte, palazzi spenti e luci al neon, il tutto ripreso in un bianco e nero asettico tanto quanto asfittico.

Il lato musicale di London Orbital non è da meno. Una scaletta dai titoli ultra-minimali fa da guida lungo il percorso turistico, se vogliamo, per le vie di una Londra distopica del futuro, capitale del cemento e del vuoto. L’uomo è privato di una propria essenza slegata dalla città, è fagocitato dalla tecnologia e si realizza solo in essa e grazie a essa (“The Boundary”): è a partire da questa condizione che lo straniamento si realizza, portando l’io narrante alla disperata ricerca di un po’ di silenzio in un mondo fatto apposta per risucchiare e svuotare i suoi abitanti (“The Concrete”). Se c’è una speranza, all’interno di questa realtà, non è un qualcosa che potrà sopravvivere a lungo, ed è con la sua morte che, infine, si decreta il trionfo della tecnologia sull’uomo.

Tale narrazione tematica si accompagna a un black metal freddo e automatico, misto ad atmosfere post-rock altrettanto robotiche e inumane. Soltanto i primi due pezzi possiedono un cantato vero e proprio, ritrovandosi in questo senso a seguire la struttura della canzone; “The Hope”, dalla sua, si snoda seguendo l’esempio del classico pezzone strumentale post-atmosferico, occasionalmente imbellito anche da momenti in tonalità maggiore piuttosto che in minore (come d’altronde è lecito aspettarsi visto il suo titolo), mentre “The Hollow” vede la classica strumentazione black arretrare in favore dei sintetizzatori. “The Hopeless”, invece, è l’unico altro brano ad avere delle voci: non un cantato vero e proprio come nel caso di “The Boundary” e “The Concrete”, bensì lamenti e urla disumane senza senso che, concettualmente, si sposano bene con l’idea di fondo del pezzo.

London Orbital ha tutte le migliori intenzioni del mondo, ma di fatto non sono molto sicuro che riesca a esprimerle in maniera altrettanto convincente. Non tutte le idee messe in gioco da Kassad sono così stuzzicanti e la scelta di lasciare tre quarti della scaletta in bianco non mi ha davvero entusiasmato. Ciò detto, per fortuna il mondo è bello perché è vario e sicuramente qualche fan del post-black riuscirà ad apprezzare appieno anche il lato musicale della one man band, oltre che le sue idee in ambito sociale. Fino ad allora, che le parole al centro del digipak siano un mantra per la nostra esistenza: «Repair – Rebuild – Resist».

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