Il mondo onirico dei Kayo Dot

KAYO DOT – Blasphemy

Gruppo:Kayo Dot
Titolo:Blasphemy
Anno:2019
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Prophecy Productions
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TRACKLIST

  1. Ocean Cumulonimbus
  2. The Something Opal
  3. Lost Souls On Lonesome’s Way
  4. Vanishing Act In Blinding Gray
  5. Turbine, Hook, And Haul
  6. Midnight Mystic Rise And Fall
  7. An Eye For A Lie
  8. Blasphemy: A Prophecy
DURATA:44:41

Ogni nuovo album dei Kayo Dot, complesso giocattolo del polistrumentista americano Toby Driver, è un’incognita cui solo un ascolto attento e prolungato può fornire qualche spiegazione. Più o meno dai tempi di Hubardo (Ice Level, 2013) la band ha smesso i panni avant- che caratterizzavano dischi folli e visionari come Choirs Of The Eye (Tzadik, 2003) e Dowsing Anemone With Copper Tongue (Robotic Empire, 2006) per abbracciare inflessioni progressive e art-rock.

Blasphemy, che gode della produzione di quel signore che è Randall Dunn, continua su questa strada, in bilico tra lirismo prog rock e mazzate post-metal, stavolta più incisive e presenti che nelle ultime prove in studio. L’ermetico concept pensato e scritto da Jason Byron (già negli eclettici maudlin of the Well) viene messo in musica da Driver e soci senza un preciso filo conduttore, ma muovendosi tra le atmosfere ovattate dei sogni per un risultato misterioso, straniante, complesso e poetico, che non manca però di catturare con melodie fascinose. Forse, in questi termini, i Kayo Dot stanno lentamente trovando la quadratura di un cerchio difficile da chiudere con tutta la carne che hanno messo sulla griglia: perché Blasphemy sì, è tutte le cose suddette, eppure dimostra una coesione non indifferente capace di inventare, letteralmente, un contesto, un setting avvolgente e familiare.

La voce di Toby Driver è una delle cose più plastiche che mi sia mai capitato di ascoltare, ha dimostrato in più di un’occasione di essere un interprete eccellente e, forse proprio su quest’album, sfodera il meglio del suo repertorio, tra grida incazzose, linee ora morbide e delicate, ora taglienti e aggressive. Tutta questa varietà non solo è funzionale, ma è anche determinante per raccontare la storia surreale concepita da Byron, in cui fantasy, esoterismo e magia si mescolano senza soluzione di continuità. Attorno a questa vocalità incontenibile i Kayo Dot costruiscono un mondo di suoni complesso, cangiante come opale (“The Something Opal”), che genera illusioni infinite nelle quali ci perdiamo (“Vanishing Act In Blinding Gray”); la stessa Blasphemy, ragazza dagli straordinari poteri protagonista del disco, sembra inafferrabile (“Turbine, Hook, And Haul”) e si prende gioco di chi fa di tutto per carpirla (“An Eye For A Lie”). Una grande allegoria sulla società avida e bramosa che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, alla ricerca spasmodica di qualcosa in più, convinti che possa aprirci a ulteriori ricchezze, sia tangibili che immateriali.

Il lavoro di produzione di Dunn fa di Blasphemy un quadro ricchissimo di dettagli minuziosi in accordo perfetto: così perfetto da far sembrare questo disco un flusso costante di immaginazione allo stato brado.

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