LAST BARONS – Elephantyasis

LAST BARONS – Elephantyasis

Informazioni
Gruppo: Last Barons
Anno: 2010
Etichetta: Correcto Mundo! Records
Contatti: www.myspace.com/lastbarons
Autore: Mourning

Tracklist
1. M.A.B.
2. Shoot The Dreamer
3. Fat Boy
4. Father Nature
5. Ethanol Blues
6. Guru’s Rules
7. In The Woods
8. Wallstreet’s Men
9. Ovies Aries
10. Dead Rain

DURATA: 58:22

Qualsiasi stile, panorama musicale o semplice modo di comporre si voglia, volenti o nolenti, risulta derivativo da qualcuno, non è evitabile, c’è chi mostra d’avere personalità nel saper sfruttare le lezioni impartite dal passato e chi invece si riduce a un mero esecutore finendo nel dimenticatoio.
Lo stoner/rock è uno di quei settori che ha sicuramente una forte connotazione personale, dove l’arma dello scegliere le basi più adatte (di frequente sono quelle seventies sabbathiane) può fare la differenza, i Last Barons affrontando tale decisione hanno optato per soluzioni meno heavy oriented e più classiche della scena rock nineties, il sound del combo francese è una commistione delle creature di Joshua Homme (Kyuss e Queens Of The Stone Age post “Rated R”), Alice In Chains e Faith No More, detto questo un qualsiasi appassionato di tali band dovrebbe saltar giù dalla sedia e andarsi ad ascoltare di corsa questi ragazzi.
Perché? I motivi sono davvero molti, ce li esplica passo dopo passo il secondo album “Elephantyasis”, un esempio di come si possa essere eleganti, introspettivi, energici e raffinati senza doversi concedere forzatamente al mercato.
L’adolescenza, sì ero adolescente nel periodo in cui le band citate antecedentemente (tranne i Queens) spopolavano, i ricordi dei pomeriggi trascorsi in loro compagnia sono stati rievocati prepotentemente dal suono e dall’approccio emotivo che i Last Barons adoperano con maestria, prendete una “Shoot The Dreamer”, l’impostazione della voce è impossibile non riporti alla mente la formazione di Seattle?
Julien al microfono sembra proprio essere un figlio di quel periodo, ad ogni apertura della bocca so già che sarò investito da una linea talmente familiare da diventarmi subito cara, sì in questo caso il comparto delle emozioni gioca un brutto scherzo e non posso tirarmi indietro dall’intonare i refrain già dal secondo passaggio nello stereo, mando on air “M.A.B.” e “Fat Boy” a ripetizione, prendo un attimo di pausa facendo scorrere la tracklist, “Father Nature” ed “Ethanol Blues”, ecco che Mike Patton e soci vengono a farmi visita, dischi come “Angel Dust” e “King For A Day” sono fonte d’ispirazione per questi ragazzi e si può non amare una cosa simile?
Metà platter appena superato e sono stordito, quei cinque brani da soli son durati più di due ore… Proseguo quindi con “Guru’s Rules”, controllo l’anno sul calendario, 2011? Cavolo quanto tempo è passato, i cori in cui Julien viene supportato dal chitarrista Damien Landeu riportano indietro la lancetta al biennio 1990-92, “Facelift” e “Dirt” spopolavano riuscendo a entrare nel cuore anche di molti metallari, beh non credo che un pezzo simile possa anche solo lontanamente dispiacere a chi ha letteralmente consumato quei capolavori.
Ho ormai chiaro cosa attendermi dai restanti episodi, eppure la curiosità, la voglia di approfondire la conoscenza di “Elephantyasis” è forte, “In The Woods” si presenta più severa, rigida, ancor più malinconica e stranamente ha evocato il pensiero e l’intimismo di un signore ormai scomparso, Jeff Buckley, le linee guida son sempre le solite già accennate, stavolta c’è pure un bell’assolo ad adornare un quadro già ricco, è però talmente intenso il brano da non riuscire a scrollarmi di dosso quel nome.
Con “Wallstreet’s Men” la follia prende piede, la canzone è vivace e quella tastierina doorsiana che in sottofondo si ritaglia spazio ne diviene caratteristica fondamentale, è ancora una volta il riffing delle asce di David e Damien a regolare la situazione, in alcuni frangenti son dei veri e propri fendenti quelli scagliati, al contrario delle soluzioni cariche di ridondanza che mettono in moto la successiva “Ovies Aries”, discontinua, saltellante nel tentativo di darle una natura in costante mutamento che però in alcuni momenti tende a disperdersi, l’idea mi piace molto ma nei cambi prima e dopo il refrain si spezza forse un po’ troppo, è probabilmente la traccia più pesante di “Elephantyasis” con le sue pestate di batteria.
Tutto ciò che è passato ci conduce alla conclusiva “Dead Rain”, episodio che si porge delicato al pari di una carezza, c’è qualcosa dei Led Zeppelin più introspettivi che si miscela con le influenze nominate più volte, l’atmosfera dolciastra identificata anche dall’uso delle acustiche, sono arrivato alla fine e mi domando se non sia il caso di premere di nuovo “play”…
E’ cosa dovuta elogiare il lavoro svolto in sede ritmica dalla batteria di Ludovic Landeu praticamente perfetto e dal basso di Laurent Tostain, presenza piacevole all’orecchio con le sue linee ordinate ed eleganti, a questo c’è da aggiungere una produzione senza sbavature e vi sarà ancor più evidente quanto i Last Barons e “Elephantyasis” mi siano piaciuti, non aggiungo altre parole se non per sollecitarvi all’acquisto di un gioiellino simile.

Facebook Comments