LUCKY FUNERAL – The Dirty History Of Mankind

Informazioni
Gruppo: Lucky Funeral
Anno: 2010
Etichetta: Trendkill Recordings
Contatti: www.myspace.com/luckyfuneral
Autore: Mourning

Tracklist
1. Am I Sick To Die?
2. Your Own Private Terror
3. Ancient Tragedy
4. Start Your Revolution
5. Come Join Us
6. The Sky Makes Me
7. Cobra
8. Social Death
9. Sabotage
10. Switch Off
11. The Dirty History Of Mankind

DURATA: 46:34

LUCKY FUNERAL - The Dirty History Of Mankind La scena musicale greca sta diventando sempre più uno dei mie parco-giochi preferiti, è realmente incandescente, produce una miriade di realtà fantastiche in tutti i settori del metal (girando per il sito ne troverete un bel po’) e con i Lucky Funeral mi ha regalato l’ennesimo disco di cui poter usufruire per scapocciare sino all’inverosimile.
I ragazzi ateniesi con “Dirty History Of Mankind” infilano il secondo tassello in una discografia in cui sono già presenti un album omonimo e due split, nel secondo rilasciato nel 2010 antecedente di poco al full di cui adesso scriverò erano in compagnia dei nostrani The Orange Man Theory.
La gavetta gli ellenici l’han fatta eccome e tanto lavoro è stato ripagato anche in sede live dove hanno condiviso il palco con realtà importanti come Orange Goblin e Kylesa, il biglietto da visita è quindi di quelli che contano, vediamo cosa ci attende inserendo nello stereo questo platter.
Immaginate di avere nelle orecchie Pantera, Down, Crowbar, Iron Monkey, Eyehategod che si dilettano con una visione shakerata del loro sound rock’n’roll oriented, il risultato è un puro orgasmo di groove, violenza, solchi che ti sfondano il cranio e accelerazioni che pigiano sul tasto hardcore per frantumarti quel poco di membrana cerebrale che ancora resiste.
Il binomio di pezzi posto in apertura, “Am I Sick To Die?” in cui appare la voce di Demon (Aris Panagopolous ex Endsight e curatore della parte grafica del disco) caratterizzata da un lussureggiante martellare dall’attitudine rockeggiante e il groove spaccaossa che infarcisce “Your Own Private Terror”, crea una dipendenza, il tasto “repeat” è pronto al suo destino, l’esser utilizzato più volte.
L’album è massiccio, irruento ma non monolitico, i Lucky Funeral non hanno intenzione di fossilizzare la propria musica attenendosi strettamente al motto “pugni in faccia a più non posso”, in scaletta avrete possibilità d’ascoltare tracce violente sì ma che si concedono passaggi evocativi come avviene in “Ancient Tragedy”, il vocalismo femminile di Christina Kalantzi che non t’aspetti in una mattonata stile “Start Your Revolution”.
I Down e Phil Anselmo vengono celebrati in “Come Join Us” figlia legittimissima di quel sound alla quale seguiranno i due brani che per suono e mood diversificheranno ulteriormente la prova: “The Sky Makes Me” in cui le atmosfere cupe, grigie supportate dal piano, dai synth eseguiti da George Deudoussis e dalle percussioni ritualistiche che danno una percezione di vuoto fornite da Bill Skouras hanno fatto riemergere la tristezza e il senso di perdizione di una “Suicide Note Part I” (“Great Southern Trendkill”), dopo questo sfogo ambientale ci si scontrerà contro il roccioso muro eretto dall’incedere tinteggiato blackish di “Cobra”, comunque libera di sorprendervi quando meno ve l’aspettiate, il perché non lo svelo, mettetela su e capirete.
Di lì in poi si torna sui tempi e coordinate più standard affondando di botta in botta con una tripletta muscolare che vede velocemente susseguirsi in ordine “Social Death”, “Sabotage” e “Switch Off” facendo sì che sia la titletrack posta in coda a condurre al termine “The Dirty History Of Mankind”, una canzone cantilenante e leggermente stravagante al cospetto di quanto proposto in antecedenza che si conclude con una citazione letteraria tratta da “The Empire Of The City” di E.C. Knuth a cura delle voci di Elina e Peggy.
Potrei dilungarmi ancora parlando di produzione, colori dell’artwork e quant’altro, non per minimizzare tali aspetti importanti nella costruzione complessiva di un buonissimo album com’è questo secondo capitolo dei Lucky Funeral, il solo fatto però che sia una “Bomba-H” che ti scuote e fa venir voglia di premere più volte “play” per riprenderlo dall’inizio sono i sintomi che sentenziano la piena riuscita dell’opera.
Si potrà discutere sul fattore derivazione, la chiudo in maniera molto sbrigativa con un meraviglioso “chi se ne frega”, se dovessi tenerne conto quando un disco che possiede le qualità di “The Dirty History Of Mankind” soddisfa pienamente l’ascolto avrei dovuto massacrarne altri per molto meno, tirate quindi le somme dopo aver letto il testo, averlo inserito nello stereo e se alla fine del giro sulla giostra avrete anche una bottiglia di whisky vuota al vostro fianco, consideratelo un “epic win”.

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