MEKIGAH – Litost

MEKIGAH – Litost

 
Gruppo: Mekigah
Titolo: Litost
Anno: 2014
Provenienza: Australia
Etichetta: Aesthetic Death
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TRACKLIST

  1. Total Cessation Of One
  2. The Sole Dwelling
  3. Arangutia
  4. By Force Of Breath
  5. Sa Fii Al Dracului
  6. Wurrmbu
  7. Circuitous Revenge
  8. Mokuy
  9. An Overbearing Insanity
  10. Bir'yun
DURATA: 51:57
 

Se dovessimo fidarci esclusivamente dei ricordi, quante cantonate potremmo prendere: è questo ciò che ho pensato nel momento in cui il terzo lavoro del progetto Mekigah aveva da poco concluso di girare nel lettore. Pur non ingannandomi, la memoria mi aveva preparato all'ascolto dell'ennesimo parto di natura gothic-doom metal — peraltro le pubblicazioni antecedenti "The Serpent's Kiss" e "The Necessary Evil" erano buonissime opere del genere — e invece sono stato investito da una creatura totalmente difforme e della quale non riconoscevo l'identità. Gli Australiani hanno fatto la muta come i serpenti e posso solo supporre che il cambio di pelle sia dovuto al fatto che odiernamente è il solo Vis Ortis a reggere le sorti del progetto.

Non è rimasto praticamente quasi nulla delle composizioni, delle melodie e delle atmosfere racchiuse nei due capitoli passati. Stento inoltre a poter conferire il titolo di canzone alla quasi totalità degli episodi che segnano i cinquanta e poco più minuti di durata di "Litost", un album che potremmo paragonare a un lungo, periglioso e infernale viaggio, un'infinita discesa sotterranea nella quale l'animo del malcapitato si imbatte raramente in spiragli di speranza, venendo costantemente osteggiata, tormentata e subissata da ondate sonore drammaticamente nere. La proposta è un connubio di rumorismo drone, frustrazioni e incatenamenti dark-ambient, ambientazioni funeree e sottostrati industriali, al quale si aggiunge il malevolo utilizzo fatto della voce (ruolo nel quale si alternano o combinano TK Bollinger, Justine e Leith Carnie) e quello destabilizzante del violoncello e del mellotron entrambi a cura di Ken Clinger.

"Litost" è asfissiante e in grado di suscitare un forte senso di inquietudine, avvinghiandosi psicologicamente all'ascoltatore. È una prova decisamente difficile da digerire, complessa e disturbata, priva di veri e propri appigli che diano ai pezzi un'esposizione di forma normale; forse una canzone come "Wurrmbu" vi si avvicina, ma anche nel suo caso trattarla come tale mi sembrerebbe una forzatura. Del resto c'è da tenere conto che una parola come «fruibilità» andrebbe decisamente a cozzare con la condotta votata all'intransigenza e di frequente all'espressività minimalista della quale si fa carico l'album.

Lo ammetto, sono sorpreso da quanto sia riuscito a ideare Vis Ortis, non mi attendevo una svolta così significativa sia in termini di suono che di composizione, una svolta a dir poco diabolica e capace di tenermi incollato allo stereo svariate ore. Suggerisco pertanto agli amanti delle sperimentazioni e del doom intransigente di affondare l'udito e farsi travolgere da ciò che l'artista ha modellato. Sarà questa la via che i Mekigah continueranno a percorrere? Il punto interrogativo è d'obbligo, ma per saperne di più ci toccherà attendere la prossima pubblicazione.

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