MENEGROTH – Das Rote Werk

 
Gruppo: Menegroth
Titolo:  Das Rote Werk
Anno: 2012
Provenienza:   Svizzera
Etichetta: Darker Then Black Records
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TRACKLIST

  1. Heiliger Krieg
  2. Der STAHLinistische Arbeiter
  3. Rote Revolution
  4. Sowjetische Nächte
  5. Marxistische Mysterien
  6. @O+
  7. Roter Phallinismus
  8. Red Lion Pub
  9. Nachts Steht Hunger
  10. Tanks'n'Roses
  11. Die Mönche Des Roten Zaren
  12. Gott, Schütze Den Zaren
DURATA: 53:58
 

Già durante le ultime settimane sono nate parecchie discussioni riguardanti il nuovo disco dei Menegroth, disco che appare tre anni dopo il riuscito "Gazourmah". "Das Rote Werk" ("Il Lavoro Rosso")… il titolo e la copertina hanno allarmato molti degli appassionati del black destroide, in cui è sistemata la formazione della città di Ulrico Zwingli. Che è successo? C’è stato un cambiamento di rotta totale, abbandonando il solco del futurismo? Leggendo alcuni testi, dubito che i Menegroth rinuncino alla passione per quel movimento.

Durante il primo ascolto mi pongo già una domanda: dove finisce il black e dove inizia il metal? Le canzoni sono molto variegate, influssi ce ne sono a bizzeffe e dunque quest’ora scarsa passa in un baleno, lasciando un poco perplesso il sottoscritto che fischietta ancora il riff di "Red Lion Pub". Andiamo per ordine, compagni!

Possente s’innalza dinanzi a noi la statua bronzea, un viso fiero ci domina inoculandoci timore; sì, la bandiera rossa della rivoluzione si scioglie nel vento e copre, proteggendoli, i nostri capi. Questa è l’impressione che si riceve tenendo fra le mani il digipak davvero riuscito. "Rivoluzione, reazione", leggiamo dopo avere rimosso il libercolo e sotto il CD si cela un’aquila bicefala che impugna un AK-47 e simboli di potere. L’introduzione, totalmente sovietica, è il sipario per un pezzo che contiene ancora linee tipiche per i Menegroth ma si mostra più "giocherellone" con scale cristalline e assoli interessanti. Già qui comprendo che il disco avrà bisogno di più di un ascolto per carpirne l’essenza e i suoi segreti. Non so se Herr Tarihan sia in parte responsabile per la grande quantità di sapori heavy, doom o folk; è un dato di fatto che le tracce scorrano come oliate e gridino sovente toni marziali e che lascino gonfiare il petto con degli excursus epici o dandoci qui e là la sensazione di cavalcare con i cosacchi sulle sponde del grande Don.

Presumo che fra voi ci saranno alcuni sorpresi e perplessi dal tono di queste mie righe. Vi dirò di più! Melodie s’intrecciano con le linee ritmiche ma, e qui potrete tirare un sospiro di sollievo, non sono quelle di tipo omosessuale tanto temute che lasciano immaginare ragazzini che canticchiano in coro con il corno colmo di met in mano. Troviamo anche passaggi un poco progressivi, death e anche thrash, oltre ai sapori citati sopra, che saranno la gioia di chi sarà presente a un concerto degli zurighesi. Il cavallo di battaglia che convolgerà il pubblico sarà, credo io, "Red Lion Pub"; è un pezzo molto trascinante, quasi da pozzo nella massa. Coraggiosamente il gruppo gioca anche con strumenti come il pianoforte o la fisarmonica per porre accenti di colore. L’unico punto negativo, dal canto mio perlomeno, è una certa mancanza di coerenza nella costruzione di alcuni pezzi, usando parti che paiono essere al posto sbagliato. De gustibus non est disputandum.

Ritengo che, punto primo, con questo lavoro i Menegroth si catapultino nell’Olimpo del metal svizzero, mettendola così in culo, tanto per dirla alla buona, a tutti coloro che li snobbano per la presunta appartenenza alla destra più rigida e che, punto secondo, siano andati oltre a ciò che è comunemente considerato black metal, passando a qualcosa che definirei semplicemente acciaio di ottima fattura che si fonde con loro, inaugurando così la metallizzazione del corpo umano.

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