MIDNIGHT ODYSSEY – Funerals From The Astral Sphere

MIDNIGHT ODYSSEY – Funerals From The Astral Sphere

Gruppo:Midnight Odyssey
Titolo:Funerals From The Astral Sphere
Anno:2011
Provenienza:Australia
Etichetta:I, Voidhanger Records
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TRACKLIST

  1. Fallen From Firmament
  2. A Death So Pure
  3. Against The Moonlight
  4. An Ode To Dying Spirits
  5. When Death Comes Crawling
  6. Silently In Shadow
  7. Lost
  8. Tears Of Starfire
  9. Journey Across The Stars
  10. Never To Return
  11. A Midnight Odyssey
  12. From A Celestial Throne
  13. Secrets And Solitude
  14. Shores Serene
  15. Those Who Linger At Night
  16. Funerals From The Astral Sphere
DURATA:02:04:48

La pienezza, la pregnanza, la traboccante essenza di “Funerals From The Astral Sphere” sono tali da lasciare completamente immersi negli spazi e negli incastri che dal disco si propagano, e nella sua prima parte contingente e dalla maggiore urgenza, e nella sua prosecuzione astrale, più ampia, lisergica e ambiziosamente cosmica. Il tutto corredato da un libretto dai dipinti astrali, appunto, vedute cosmiche e galassie da sfondo a versi che celano in se stessi ben più di quanto rintracciabile a un primo approccio.Si parte con “Fallen From Firmament”, uno dei picchi di questo magniloquente album (sempre che di picchi — frammentariamente — si possa parlare, essendo ciascun brano perfettamente funzionale al suo successivo e consequenziale al suo precedente, in un amalgama omogeneo come raramente se ne sentono), che nei suoi dodici minuti e oltre ci introduce all’umana condizione di esseri mutili e manchevoli, caduchi, con lo sguardo perennemente all’insù, nel disperato bisogno del silenzio e della solitudine che solo le costellazioni possono provare («I craved the silence and solitude of death in the stars / Instead I feel chained and bound to this wretched earth»). Una questione esistenziale che diventa manifesto, in due semplici versi.

“A Death So Pure” porta con sé una fine che in realtà è solo un nuovo inizio: se attraverso la morte si raggiunga lo stadio successivo dell’esistenza non è dato saperlo, se non a chi è sufficientemente ardito da lasciarsi alle spalle questo mondo di contingenza, o a tanto viene costretto. E così, sulle vellutate note di una mai inopportuna, ma anzi evocativa tastiera, prendiamo la via, attraverso il fuoco («And in the darkness one is dying / And he is burning»).

È durante “Against The Moonlight” che l’anima si eleva, consapevole della propria immota e inerme condizione («His soul now gazes at his charred flesh / And he sees that he can do no more»), del proprio fallimento, in una fragorosa esplosione di suoni e sensazioni magistralmente orchestrata. Iil meraviglioso climax del brano è solo un altro dei tanti picchi anzidetti.

Poi, lo stacco. Echi bathoriani nella ora melliflua e pulitissima voce, nelle semplici note acustiche di “An Ode To Dying Spirits”, testimoniano l’incapacità di comunicare di uno spirito in attesa che la tenebra cali. Tuttavia non è l’alba degli dei, né presto voleranno i corvi di Odino, poiché solo uno è il destino delle creature che abitano questi boschi: l’oblio. Cacciatore o preda, non ha importanza, la carne è corrotta e nulla crescerà («Death is haunting these woods / And I can see all those / Whose flesh he will soon touch») quando la Morte arriverà strisciando, “When Death Comes Crawling”.

E l’entità maligna e oscura, incomprensibile e insondabile alle menti semplici, nascosta nell’ombra, aspetta, cibandosi dei sogni delle creature mortali, muovendosi dove non può essere scorta da alcuno, ma sempre così vicina, giusto un passo più distante (“Silently In Shadow”).

Di nuovo in noi, riavuti dalle scioccanti rivelazioni, seguiamo la voce di Dis Pater, ora nuovamente scibile e pulita, intrisa di un’umanità che avevamo quasi dimenticato; grazie a essa ci accorgiamo di essere persi (“Lost”), sperduti tra gli alberi e la bruma, diretti dove il sole mai brilla, dove nessuno mai potrà trovarci. Ma la comprensione umana non arriva a tanto, non è in grado di concepire ciò che accade nell’Ottava Sfera, e la dipartita di creature antiche merita più del pianto dell’uomo; ed ecco nei cieli una pioggia di stelle, mentre il cosmo urla straziato e sparge lacrime di fuoco. Presto l’antico dolore farà conoscere la sua furia alla Terra, e dei mortali non rimarrà traccia (“Tears Of Starfire”). Si conclude così la prima parte del viaggio, tra vette e abissi emotivi, in un disco che già di per sé, monco della sua parte complementare, si candida come uno dei lavori migliori dell’anno.

E abbiamo abbandonato il pianeta. Riprendiamo in una dimensione completamente diversa, nello spazio celeste, tra vastità così ampie che il solo tentativo di comprenderle comporta uno sforzo enorme. Da queste profondità siamo spettatori di un messaggio di avvertimento: «Oh mortal ones, you have reaped what you’ve sown / Take these wounds as your last chance before I return». Svolto il proprio compito, il messo se ne va, tornando alle stelle, lasciandosi alle spalle un mondo in ansia e sconforto (“Journey Across The Stars”). È a questo punto che tutto si placa: suoni impalpabili ci trascinano via, lontano, nella notte, per non tornare (“Never To Return”), lasciandoci deragliare in questa odissea notturna che stiamo ormai amando incontrovertibilmente (“Midnight Odyssey”), dal pathos soverchiante e dai suoni cosmici. Ed è da quassù che — pian piano — iniziamo a capire. Vediamo la gabbia di un prigioniero, una dimora che necessita di essere purificata: da lontano enigmatica e serena, ma che all’occhio attento non può celare lo sporco e l’immondo. E gli antichi ridono di noi, dei nostri sogni e delle nostre credenze, vedono come l’uomo abbia ormai abbandonato il suo sentiero («From up in the stars / They laugh at our dreams / They see the foolishness / Of our quarrels and dreams»). Ma nel silenzio degli astri, tra i segreti e la solitudine (“Secrets And Solitude”), sussurri di una lingua sconosciuta («There are whispers of an unknown tongue / The more I listen, the less I know / Of myself… of my existence»), che ci permettono di giungere al cospetto di un luogo sacro, dove gli antichi spiriti vanno a ricercare la loro quiete eterna; un lago dalle coste serene, dalle acque calme (“Shores Serene”), perfettamente tinteggiate da suoni tondi e pieni, quasi caldi.

In questo luogo, tanto antico e remoto, lo spirito della foresta si risveglia per addormentarsi per sempre. Egli è ormai fragile, indebolito dal succedersi degli eventi, dalla condotta dell’uomo; e capiamo che — affinché l’ordine sia ristabilito — alla sua morte dovrà seguire quella dell’umanità (“Those Who Linger At Night”). Non c’è gioia in questo, non c’è calore: solo il manto della notte, come una tela su cui si accendono un milione di fuochi, il cui calore mai sarà raggiunto. Perché è il vuoto ad attenderci, è il dolore che vince, in questi “Funerals From The Astral Sphere”.

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