Mørk Hest - Unsound Despair

MØRK HEST – Unsound Despair

Gruppo:Mørk Hest
Titolo:Unsound Despair
Anno:2020
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Intro
  2. Forlorn
  3. Broken
  4. Unsound Despair
  5. Relentless Hatred
DURATA:24:48

Molti di voi sicuramente avranno già sentito parlare del lago Ozark, situato nell’omonima regione montuosa a cavallo di Arkansas e Missouri, in cui il contrasto tra la natura selvaggia e l’ingombrante presenza umana che disbosca e edifica in ogni dove ha ispirato la realizzazione di una nota serie Netflix.

Nonostante il nome a consonanza scandinava, il progetto Mørk Hest nasce proprio nella fredda e nebbiosa cornice degli Ozarks, dalla mente dell’unico membro Mørk, il quale ricrea le atmosfere della regione montuosa la cui natura viene lentamente ma inesorabilmente distrutta, consumata e sostituita da grigio cemento, attraverso la sua musica. Risulta dunque sin troppo facile fare il paragone con la scena Cascadian con cui però la band, a dispetto di quanto si possa immaginare, condivide poco o niente: le sonorità sono decisamente più melodiche e ricche di influenze non metal, mentre l’estetica malinconica e decadente ha ben poco in comune con l’ecologismo militante.

Unsound Despair segue, a distanza di due anni, il primo EP strumentale Somber Tears, dal quale si distingue per la presenza di tracce vocali e per la durata più che doppia. Le chitarre acustiche ed elettriche di Mørk alternano arpeggi cristallini a distorsioni zanzarose in pieno stile norvegese, facendoci immergere nelle atmosfere nebbiose degli Ozarks e svelando l’ampio ventaglio di influenze di cui l’artista americano risente: dai riff lenti e cadenzati in stile Filosofem agli arpeggi e progressioni di accordi che strizzano l’occhio allo shoegaze degli Slowdive.

Certamente non si può dire che Unsound Despair sia monotono: Mørk riesce facilmente a costellare l’album di intermezzi più pacati senza risultare stucchevole né troppo prevedibile, ma fatica ancora negli incastri. Tra un riff e l’altro, infatti, capita di udire un vero e proprio stacco, come se chitarra e batteria si fermassero per un istante prima di passare al riff successivo. La batteria stessa, o meglio la drum machine, risulta invece un po’ troppo artificiale e monotona, contribuendo ad appiattire la dinamica dell’album, la cui produzione è già di per sé quanto di più artigianale si possa avere.

Il secondo EP dei Mørk Hest, pur essendo penalizzato da una certa immaturità compositiva, risulta comunque un buon ascolto e soprattutto riesce a creare un’atmosfera che ci riporta alle regioni montuose a cui si ispira. Il margine di miglioramento è ampio, ma sono certo che Mørk potrebbe stupirci positivamente sin dalla prossima uscita, lavorando su certi aspetti tecnici.

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