MOURNING BELOVETH – Formless

Gruppo:Mourning Beloveth
Titolo:Formless
Anno:2013
Provenienza:Irlanda
Etichetta:Grau Records
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TRACKLIST

  1. Theories Of Old Bones
  2. Ethics On The Precipice
  3. Old Rope
  4. Dead Channel
  5. Nothing Has A Centre
  6. Transmissions
DURATA:81:27

Il death doom metal non è più un genere “di tendenza” da almeno una decina d’anni ormai, i grandi vecchi sono più o meno sempre lì, chi reinventandosi (Anathema) e chi restando in qualche modo fedele alla linea (My Dying Bride). A cavallo dei due decenni/secoli/millenni, cercando di dare forma al male (che è Formless) di quest’epoca, una band è riuscita a ottenere gradualmente uno status di culto.

Si tratta dei Mourning Beloveth, formazione insolitamente irlandese, che ha dato alle stampe tra 2001 e 2002 due dei migliori album death doom dell’allora nuova generazione: Dust e The Sullen Sulcus. Forti di quei successi, Moore e soci sono presto diventati uno dei nomi di punta della Grau Records, sempre attenta a intercettare il disagio nelle sue varie forme sonore. Disagio, come “dis-ease”, quel disagio che può dare un’ulteriore sfumatura all’interpretazione di A Disease For The Ages (oltre al linguisticamente corretto “malattia”), quarto album della band. Il discorso dei Mourning Beloveth riprende sostanzialmente da dove si era fermato cinque anni fa. L’idea di un mondo in cui l’etica è sull’orlo di un precipizio, come recita la seconda canzone, si riallaccia a sua volta al circo assassino del terzo album. Insomma, sappiamo bene a che tipo di contenuti andiamo incontro quando ascoltiamo questo disco, e la musica?

Bisogna dire che gli irlandesi si erano un po’ adagiati, dal punto di vista sonoro, con il terzo e il quarto album, come d’altronde era successo a molti nomi della scena recente (vengono in mente i Draconian). Stavolta due cosine “nuove” sul tavolo ci sono, il disco è veramente (s)piacevole e si articola in maniera piuttosto varia per gli standard della proposta. L’intro dagli echi “dyingbridiani” ci ricorda ancora una volta da dove arriva il tutto, prima di riportarci di nuovo verso le lunghe panoramiche sul dolore. Anche qui c’è alternanza tra il growl, il “lamento” e il quasi parlato, scelta che ha sempre contraddistinto il gruppo. “Ethics On The Precipice” racchiude perfettamente il nucleo concettuale, sonoro e atmosferico della band e può ben rappresentare ciò che il death doom metal significa al giorno d’oggi (che poi è bene o male quello che significava anche quindici o venti anni fa): descrivere il fallimento della realtà, che si rivela essere <like the sorrow of a dream>. L’immagine ricorrente del disco è decisamente quella delle ossa, essenza intima e portatrice di significato “umano”, che alla fine si rivela essere praticamente tutto ciò che abbiamo.

Spesso non si riconosce al doom metal di essere in fin dei conti un genere molto legato alla sofferenza in tutte le sue forme, mettendone in evidenza solo i momenti goticheggianti in cui si ricorda lo spettro della persona amata. In realtà, e quest’album lo dimostra bene, si tratta di un genere assolutamente immerso nella realtà, e intriso di sofferenza sia immanente che trascendente. Non è una sorpresa che una band irlandese si chieda <when did the future become a threat?>, per tutta una serie di motivi.

Per chi cerca invece una descrizione veloce del disco: è bello — secondo me quasi al livello dei primi due — e loro sono tanto tristi. Ascoltatelo. Difetti: decisamente lungo, avrebbe funzionato anche con una traccia in meno.

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