MUON – Gobi Domog

Gruppo:Muon
Titolo:Gobi Domog
Anno:2018
Provenienza:Italia
Etichetta:Karma Conspiracy Records
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TRACKLIST

  1. Intro (I Feel Doomed)
  2. Never Born
  3. The Second Great Flood
  4. Stairway To Nowhere
  5. The Call Of Gobi
DURATA:41:31

Dalle sabbie del deserto mongolo profondità dei canali veneziani arrivano i Muon, quintetto che trova il proprio animale guida in un mostro a metà tra gli indimenticati Tremors e un pesce mutante frutto di chissà quali sostanze presenti nel Canal Grande, oggetto della bella copertina a cura di Laura Zoè. Il suo corrispettivo sonoro, manco a dirlo, è qualcosa di altrettanto impressionante, uno stonerdùm dalle molteplici inclinazioni, fatto di ritualismo e funghi allucinogeni.

Gobi Domog («magia del Gobi», secondo una traduzione dal mongolo un po’ approssimativa) è un monolite dall’elevatissimo peso specifico, accentuato dalla sua natura di debutto per cinque ragazzi veneti. Lungo le quattro tracce i toni misticheggianti à la Om si mescolano bene con alcuni richiami ad altri mostri sacri come gli Earth e (pochi) momenti più movimentati, mantenendo comunque il tutto su un piano estremamente cadenzato e votato a riff incessanti e ripetitivi come vuole la tradizione. “The Second Great Flood”, su tutte, spicca con il suo andamento pachidermico che non conosce sosta per quasi tredici minuti.

Così come il comparto strumentale si alterna tra lidi più droneggianti e altri più vicini allo sludge e a dei Black Sabbath sotto steroidi, anche la voce gioca su diversi stili, ma in questo caso i risultati non sono ugualmente soddisfacenti: se le incursioni su un registro più basso e quasi gutturale sono perfette e si addicono, anzi aggiungono valore, al misticismo roboante delle composizioni, quando ci si sposta su fasce più alte la prova vocale non convince al 100% e risulta quasi forzata, come in “Stairway To Nowhere”. Anche la conclusiva “The Call Of Gobi” soffre un minimo di questo problema, ma il tutto si compensa con ciò che è una summa di quanto visto finora, con la lunghissima coda dai toni orientaleggianti e inebrianti.

Una sensazione di impossibilità a muoversi pervade l’ascoltatore durante gran parte di Gobi Domog, scosso soltanto dalle onde sonore nette e inesorabili date da strutture granitiche e circolari, a tratti smosse da improvvise accelerazioni che ritornano presto al punto di partenza. Per i Muon, sicuramente un debutto azzeccato e per il quale molti metterebbero la firma: la carne al fuoco è abbondante e anche abbastanza ben cotta, resta solo da raddrizzare un pochino il tiro e concentrarsi sugli elementi di spicco di questo lavoro, o quantomeno sgrezzare un po’ quelli meno convincenti.

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