NEBRUS – From The Black Ashes

 
Gruppo: Nebrus
Titolo: From The Black Ashes
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Schattenkult Produktionen
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TRACKLIST

  1. Apocalypse
  2. Chaosong
  3. Chains
  4. Damned
  5. Falling
  6. End
  7. Banquet Of Oblivion [traccia bonus]
DURATA: 46:51
 

A seguito dell'esordio "Twilight Of Humanity", limitatissimo a sessantasei esemplari (successivamente ristampato, ancora limitatamente, in tape), edito nel 2009, la band toscana dei Nebrus, capitanata da Noctuaria e Mortifero, si riaffaccia sul mercato con questo ottimo "From The Black Ashes", stampato in cinquecento copie numerate dalla tedesca Schattenkult Produktionen. Per le registrazioni nel Camera Ardente Studio, il gruppo si è temporaneamente trasformato in un quartetto, anche se Lanius ed Epidemico (chitarre e basso) pare abbiano già lasciato la band (o almeno, non figurano più nella formazione ufficiale).

Quale che sia l'attuale situazione intestina, è giusto specificare che Mortifero è autore di tutte le musiche, mentre Noctuaria si è occupata dell'aspetto testuale del lavoro. Proprio da quest'ultima partirò per esprimermi riguardo questo album: già è abbastanza raro trovare donne all'interno della scena metal, ancor più raro nella scena estrema, rarissimo trovarle dietro al microfono in una band black metal. La prestazione alla voce è indubbiamente l'elemento maggiormente distintivo di casa Nebrus: malato, litaniaco, disturbato, ma non per questo sempre uguale a se stesso, anzi, diversi sono i momenti in cui il tono sporco e vomitato (passatemi il termine, non riesco a trovare un'immagine che renda, dovrete ascoltarlo in prima persona) lascia spazio ad alternanze lamentose, profonde e ritualistiche. Il libretto stesso tiene a specificare: «no male vocals were recorded on this album», e il dubbio potrebbe ben lecitamente presentarsi. Forse per questo "From The Black Ashes" è stato per me così folgorante, forse l'inusualità della prestazione ha inciso particolarmente, di fatto questo disco è stato un ascolto estremamente coinvolgente e trascinante.

Non ci sono novità nel senso vero del termine: le atmosfere suonano molto primi anni '90, non a caso sullo scorso lavoro veniva coverizzato un brano di Burzum, mentre oggi la dedica dell'album è a Dead; il disco esce infatti nell'esatto ventunesimo anniversario della sua morte, ed entrambi i nomi sono indicativi delle coordinate prese come riferimento dal gruppo nostrano. I riff sono molto reiterati e spesso in mid-tempo, con i classici blast beat e up-tempo disseminati lungo tutto il percorso, i testi a loro volta sono molto scarni e asciutti, ma quelli che potrebbero facilmente rivelarsi dei limiti sono qui invece perfettamente contestualizzati.

Tutto, in "From The Black Ashes", è portatore di una sensazione malsana, un'aria fetida e palustre, a partire dalla copertina, adattissima oltre che per l'immagine, per le tonalità dei colori: un gruppo di impiccati lasciato a marcire appeso a un albero, nei toni del nero, del seppia e del verde marcio che più marcio non si può. A livello puramente estetico e concettuale, più che il satanismo e la violenza della scena norvegese di vent'anni fa, i Nebrus riportano alla mente cose più diverse, dalle scorribande di Nattramn (nel suo disco a nome Silencer) ad alcuni nomi più underground della scena d'oltralpe, quasi una versione marcia e stagnante degli Akitsa. Completamente diversi i suoni, ci tengo a specificare; questi accostamenti sono dettati dalla pura evocazione immaginifica degli album e artisti in questione, non dagli effettivi contenuti musicali strettamente detti.

I titoli dei brani, tutti estremamente semplici e diretti, formati da una sola parola (a esclusione della conclusiva "Banquet Of Oblivion", registrata in altri tempi e in altri contesti, qui in sola veste di bonus, intimamente simile e allo stesso tempo profondamente diversa dal resto del materiale), veicolano quelle che sono le tematiche di fondo dell'album, certo non nuove all'ambiente. Tuttavia, una volta di più, ribadisco come "From The Black Ashes" faccia della semplicità il proprio punto di forza e di partenza per quella che spero possa rivelarsi una lunga e felice evoluzione, dove osare qualcosa di più.

Per il momento c'è di che accontentarsi.

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