Folk metal dalla Mongolia Interna con i Nine Treasures

NINE TREASURES (九宝) – Nine Treasures

Gruppo:Nine Treasures
Titolo:Nine Treasures
Anno:2013
Provenienza:Cina
Etichetta:Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Intro
  2. 黑心
  3. 特斯河之赞
  4. Sonsii
  5. 满古斯寓言
  6. 骏马赞
  7. 映山红满山坡
  8. 城南游幻
  9. 三岁神童
DURATA:35:28

Prima di iniziare a parlarvi di questo disco, credo che sia doverosa una premessa: ammetto di non essere un grande fan del folk metal. A parte i Finntroll e pochissimi altri nomi, è una scena che mi è molto distante e che spesso e volentieri mi suona poco interessante.

Ciò detto, nell’ultimo anno mi sono avvicinato a una band che ha dato uno scossone alla mia percezione del suddetto genere: i Nine Treasures. Chi ci segue da più tempo, sa già che li ho visti dal vivo al Midi Festival di Pechino a maggio e a quello di Shanghai a ottobre, e sa che in qualche modo ne ho vissuto l’ascesa. Questo gruppo originario della Mongolia Interna (enorme provincia della Cina settentrionale al confine con la Mongolia) è rapidamente diventato la punta di diamante di una scena in continua espansione. La musica con influenze mongole è ormai un fenomeno di grande impatto negli ambienti underground (e non solo) in Cina a partire dagli Hanggai, uno dei primi gruppi di questo tipo a raggiungere notorietà internazionale nell’ultima decina d’anni.

Quello che i Nine Treasures (九宝 in cinese) rappresentano, però, è una nuova consapevolezza delle potenzialità di questo filone e, soprattutto, un approccio al metal originale che li ha portati addirittura a suonare al Wacken di quest’estate. Spuntati quasi dal nulla l’anno scorso con lo spettacolare Arvan Ald Guulin Honshoor, non si sono fermati un attimo e hanno pubblicato il loro nuovo lavoro autoprodotto a fine autunno.

Le caratteristiche principali di questo gruppo sono l’utilizzo di strumenti tradizionali della musica centro-asiatica (come la balalaika o il morin khuur, una sorta di violino mongolo) e i testi in mongolo. Da aggiungere una presenza scenica di tutto rispetto e un feeling con il metal che non suona derivativo. Purtroppo, non capisco il mongolo e non posso esprimermi sulla qualità dei testi, ma in generale trattano di argomenti legati alla tradizione eroica e di epiche cavalcate nelle praterie.

Rispetto al lavoro precedente, quest’album riesce a esplorare più facce della proposta dei Nine Treasures con più tempo a disposizione. L’intro strumentale ci porta tra i vasti panorami della Mongolia e da lì inizia un’epopea quasi senza sosta, evocata dalla voce di Ashkan a tutta velocità già da “黑心” (“Cuore Nero”). I Nine Treasures conoscono benissimo i loro punti di forza e li mettono tutti in mostra in apertura, lasciando presagire anche momenti di grossezza che poi torneranno qua e là nell’arco dell’album (come in “骏马赞”, “Ode al destriero”). Ogni strumento ha il giusto spazio e non c’è un’eccessiva folkizzazione, che avrebbe rischiato di rendere il disco una vetrina di mongolerie dimenticando la parte metal della band.

Si tratta in definitiva di un album molto riuscito, abbondantemente tra le migliori uscite folk metal degli ultimi anni. A questo punto mi aspetto di vederli molto più in alto in scaletta l’anno prossimo ai festival locali e, perché no, internazionali.

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