OBIAT – Eye Tree Pi

Informazioni
Gruppo: Obiat
Anno: 2009
Etichetta: Small Stone Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. Poison Thy Honey
2. Delights
3. Serpent’s Rites
4. NoMad NoMind
5. Passive Attack
6. AA54089
7. House of the Forgotten Sins

DURATA: 57:39

OBIAT - Eye Tree Pi La formazione stoner/doom degli Obiat nasce in Polonia per poi trasferirsi successivamente sul suolo inglese e arriva nel 2009 a produrre il terzo disco dal titolo “Eye Tree Pi”.
Messi sotto contratto dalla Small Stone Records, label che ha nel suo roster cavalli di razza quali Dozer, Los Natas e Acid King, la tipologia di musica proposta dai ragazzi è probabilmente la più alternativa all’interno di un circolo amante del deserto e della psichedelia, negli Obiat in più si denota anche una componente post metal tesa ad arricchire un sound già di per se vivacemente scuro.
Se la matrice anni Settanta come di regola è la base del sound che mischia caldo afoso e sensazioni da viaggio ultra dimensionale chiamando in causa Black Sabbath quanto Hawkwind, la ridondanza di alcune scelte non può non riportare alla mente act quali Isis e Mouth Of The Architect.
Un disco nel quale i sensi dell’ascoltatore vengono più volte sollecitati dai solchi e dalle ampie ellissi che la musica crea come un vortice invitante dal quale è semplice farsi inghiottire come accade nell’ampia divagazione sonora che condurrà al finire della seconda traccia “Delights”.
L’accoppiata centrale composta da “Serpent’s Rites” e “NoMad NoMind” è il piatto clou del platter, le canzoni estremamente diverse l’una dall’altra esprimono in pieno il potenziale in seno alla band.
La prima con un quieto e ipnotico incedere interrotto bruscamente dall’inalberarsi del drumming, dall’entrare di un riffing distorto diretto incalzato da una chitarra pulita che
inanella brevi ma importanti inserimenti che la pongono come reattiva e robusta, condita da una dose atmosferica apocalittica pressante che si acuirà sino a esaurirsi in un vuoto colmato da gemiti trascinati.
Gli ultimi minuti della traccia esterneranno una sensazione di tristezza e malinconia struggente forte tramite note che sembrano rappresentare su tela una giornata uggiosa.
La seconda invece parte in quarta con un bel riff di testa a far intendere che il brano si prospetta già dai suoi istanti iniziali vivo, lo evidenziano le chitarre ruggenti e la vocalità di un Laz Pallagi che rimembra alla lontana in certe linee l’Ozzy più evocativo.
“NoMad NoMind” è comunque nella parte centrale e finale che da il meglio passando da un sabbatico e rilassante periodo quasi naturalistico a uno sfrenato assalto hardrockeggiante sino a quando il trascinare doom riprende in mano le redini della situazione chiudendone il percorso.
Gli Obiat hanno nel reparto strumentale l’arma più convincente, Neil il batterista si esprime con una precisione e una sicurezza invidiabili puntando a un dinamismo istintivo privo di eccessiva complessità ma efficace al 100%, le chiatarre di Raf inanellano riff e note una più indovinata dell’altra soprattutto per quanto riguarda le tonalità spesso e volentieri cupe, fanno coppia con il lavoro di basso svolto da Alex di scelta altrettanto ombrosa alimentando insieme la fase atmosferica che si viene a ricreare.
La voce di Laz è la ciliegina sulla torta, la scelta di puntare sul pulito fa scivolare gli episodi ancor più liberamente e nelle brevi ma importanti parti in cui forza dimostra di farlo con cognizione di causa, alle volte sembra agire da bastone e carota, alternanza che fa bene al trascorrere di “Eye Tree Pi”.
Un platter solido e che ha qualità da vendere, non è un caso che la Small Stone abbia puntato su di loro, come molti album del genere ha bisogno di più ascolti per essere sviscerato e assorbito, vale la pena metterlo su molte volte e farsi trasportare dal sound di casa Obiat, visti i risultati ottenuti negli anni non sono da ritenersi ancora una sorpresa bensì una solida realtà.

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