OMIT – Repose

 
Gruppo: Omit
Titolo: Repose
Anno: 2011
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Secret Quarters
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TRACKLIST

  1. Scars
  2. Fatigue
  3. Dissolve
  4. Constriction
  5. Insolence
DURATA: 01:25:28
 

Omit: cosa vi dice questo nome? Nulla? Probabile. Se vi dicessi invece Kjetil Ottersen? Chi mastica un po' di doom seriamente e conosce il panorama musicale scandinavo farà di sicuro un sussulto al ricordo di nomi quali Funeral e Fallen. Chi ricorda gli Skumring, buonissimo progetto uscito sotto Afermath Music, la stessa etichetta che produsse il primo album degli In Mourning? Altra band che conteneva al suo interno due musicisti interessantissimi, Cecilie Langlie e Tom Simonsen, entrambi attivi anche nei Vagrant God insieme allo stesso Kjetil (che sia un tributo ai Funeral di "From These Wounds" la scelta di tale nome?) e confluiti in questa realtà che da giovane e poco conosciuta potrebbe divenire in poco tempo una solida certezza della scena norvegese. Questi tre personaggi formano insieme l'ossatura che ha eretto passo dopo passo "Repose", il doppio disco di debutto rilasciato sotto la propria etichetta indipendente: la Secret Quarters.

Il funeral doom in questione si distacca ampiamente da ciò a cui ci ha abituati la scena: il riffato ampiamente melodico e armonioso scava sì solchi profondi, ma per creare terreno fertile agli innesti di stampo sinfonico. È una prestazione regale, raffinata e idilliaca, alcuni fraseggi sono talmente sopraffini da poterli definire angelicamente melancolici, una tela in cui ogni filamento ha un suo peso specifico importante e centellinato: le intersezioni di archi (violino e violoncello), il prezioso lavoro di cesellatura di Kjetil al sintetizzatore e la vocalità fine e armoniosa con la quale Cecilie si adagia sui brani, evocando e accarezzando, pizzicando e cullando le corde emotive dell'ascoltatore.

Nulla è fuori posto, le canzoni eleganti e colme di classe si distendono lunghe e felpate, trascinando con sè tristezza e solitudine, con la conseguente gamma di sensazioni a esse coniugate. Considerate del resto che ogni singola traccia ha una durata particolarmente estesa, raggiungendo l'apice con gli oltre ventisei minuti racchiusi nella mastodontica e forse sin troppo diluita "Insolence", che chiude il lavora agonizzando, per un finale che nel suo sfumare lascia un retrogusto dolce-amaro impossibile da togliere via sul momento.

Pur essendo greve e struggente, il trascorrere di "Repose" è contornato da una sommessa vitalità che pare celare una svolta positiva interna a un quadro dalle tinte grigie ma perlacee. Non meno importante da considerare è il fatto che il lavoro usufruisca di una produzione chiara, limpida nella riproposizione dei singoli strumenti, e che l'unica pecca reale sia quella di avere una batteria programmata (Bert Nummelin è entrato a far parte del gruppo solo a registrazione avvenuta), che nella sua perfetta esecuzione limita quell'effetto che sembrerebbe far scivolare via i brani su di un letto d'acqua cristallina, frenandoli.

Chi leggendo la parola funeral avesse immaginato altro, difficilmente verrà a capo di "Repose", di sicuro questa non è un'opera di facile assimilazione, è gradevolmente intima eppure arcigna nel mantenere costante e quasi inalterato il proprio passo; sarà amore a primo ascolto per coloro che immergendosi nel mare infinito della malinconia si faranno completamente assorbire, sprofondando sino ai suoi punti abissali e inesplorati. Chiunque invece pretende grinta, cambi di tempo e una propensione più classica o rocciosa, stia lontano dal sinfonismo eccelso e leggiadro che gli Omit elargiscono con bravura, non è pane per i loro denti.

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