Omitir - Ode

OMITIR – Ode

Gruppo:Omitir
Titolo:Ode
Anno:2020
Provenienza:Portogallo
Etichetta:Loudriver Records
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TRACKLIST

  1. Ceiva
  2. Nabia
  3. Cear
  4. Flora
  5. Vera Busca
  6. Âmago
DURATA:40:10

Il progetto solitario Omitir torna su queste pagine ben nove anni dopo l’ultimo album Cotard, preceduto da un EP uscito ad aprile intitolato Outono, che fa o vorrebbe fare un po’ da collante fra il tetro passato del portoghese Gróvio e il bucolico presente inaugurato da questo Ode.

L’orizzonte di riferimento del ragazzo di Porto che un tempo andava avanti a pane e depressive black metal è evidentemente cambiato, non tanto nel messaggio, che rimane triste e sconsolato, ma nella forma: se infatti una volta le influenze più marcate erano da ricercarsi nel Burzum più nero, in Silencer e negli Shining svedesi, stavolta il registro si sposta sulla tradizione popolare del più occidentale degli stati europei. Intuiamo questo cambio di vedute già dalla copertina e dall’artwork nel suo complesso, in cui figurano dipinti del pittore naturalista José Vital Branco Malhoa, che ci riportano a un vero e proprio tempo rurale, a una realtà che non esiste più, perlomeno non con queste fattezze; un immaginario che, con i dovuti distinguo, ricorda quello di Sivyj Yar e dei suoi Nuovi Poeti Contadini.

Campanacci, fisarmoniche, profumo di campagna e un attacco in tremolo picking ci accolgono su “Ceiva”, che si apre come una cavalcata con tanto di doppia cassa spianata, e che ricorda molto e non poco quelle dei Windir. Sentori di folk che accompagnano anche il lento incedere di “Nabia”, impreziosito da un lavoro di tastiera efficace nella sua essenzialità, e i cinque minuti acustici e naturalistici della tenue “Cear”. Il discorso si fa più complesso e movimentato nella seconda parte dell’album, agreste all’ennesima potenza, con “Flora” che vede Gróvio alternarsi fra il suo scream primordiale e voci pulite che suonano solenni il giusto; voci che ritroviamo anche nella successiva “Vera Busca”, qui anche un poco declamatorie. Ode ci congeda con “Âmago” (cuore e anima nella lingua lusitana): un tamburo che batte, incessante, mentre il crepitio del fuoco fa da contesto alla voce, a un’ossatura chitarristica e a un fondale di tastiere ancora con echi burzumiani.

Un bel lavoro, in definitiva; niente di veramente nuovo e fresco, Ode è autentico e sentito, e ci fa ben sperare sul futuro di Omitir, che intriga più in questa veste che in quella nera e logora di un tempo.

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