OMOTAI – Terrestrial Grief

 
Gruppo: Omotai
Titolo:  Terrestrial Grief
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: The Treaty Oak Collective
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TRACKLIST

  1. Vela Hotel
  2. This Is For Zora
  3. Spanish Constellation
  4. Spidercave
  5. Seabitch
  6. Terrestrial Grief
  7. Lurching Away
  8. Orison
  9. Life In The Hive
  10. Hollow Innards
  11. Yuri 
DURATA: 36:24
 

La notte per il sottoscritto continua a rivelarsi come il momento più adatto per ascoltare e ricercare musica nuova e nei tanti giri fatti nell'ultimo periodo ho avuto anche la botta di culo d'imbattermi nel Bandcamp degli Omotai. Dopo aver assorbito un paio di tracce, già convinto mi collego su Facebook, do il mio personale mi piace e contatto la band, che devo ringraziare per la disponibilità nel rispondere, e mi ritrovo adesso fra le mani un "Terrestrial Grief" che fa paura.

Il trio di Houston è composto da Melissa Lonchambon al basso, Anthony Vallejo alla batteria e Sam Waters alla chitarra, tutti e tre sono coinvolti nella sezione vocale, suonano sludge, ma chiariamolo subito: se è qualcosa di classico che riconduca a nomi quali Down e Crowbar che immaginate, lasciate perdere, questa è tutt'altra storia. Il suono è bastardo e imbastardito, vi sono le fragranze melodiche ed eteree di gente come gli Isis, le progressioni pesanti dei Mastodon, i ritorni di feedback cari al noise dei Sonic Youth e una pressione e irruenza che non sfigurerebbero di certo se affiancate a compagini quali Kylesa e Converge; potrei dilungarmi nel citare nomi su nomi, lascio a voi però scoprire se vi sia dell'altro.

Il disco è un macigno, sono trentasei minuti che ti si piantano contro facendoti capire immediatamente chi comanda, l'apertura con "Vela Hotel" è un cazzotto allo stomaco, la frenesia e l'andamento smodato e ipnotico a intervalli fanno sì che la scaletta fili via imperante e corrosiva, ma al medesimo tempo lasciandosi dietro una indubbia scia fascinosa. Avrete infatti a che fare con situazioni diverse, seppur collegate a un modo di sferrarsi contro l'ascoltatore univocamente avvolto da un fascio di suoni tremendamente sollecitante.

Onestamente mi è difficile scegliere quali siano i pezzi migliori all'interno di una scaletta così ben fatta, potrei citare le turbolenze costanti che inquietano "Spidercave", l'ambiente da sogno che apre "Terrestrial Grief" e un trio finale che vede susseguirsi clavate quali "Life In The Hive", "Hollow Innards" e "Yuri", tuttavia cos'avrebbero di meno le variazioni progressive disturbate dai flussi elettronici di "Spanish Costellantion" e le distorsioni esagerate racchiuse in "Seabitch"? Nulla, quindi il blocco unico e compatto è preferibile viverlo per intero, magari con il repeat pronto a entrare in azione.

Gli Omotai sono bravi e sanno come muoversi: il basso di Melissa è rumoroso e filtra perennemente, non vuole rimanere inabissato e questo è piacevole dato che crea una sorta di contrasto che rafforza la sensazione schizoide che s'impossessa della chitarra di Sam, abile nel passare da riff di stampo ciclico ad altri che offrono sferzate di rabbia pura, dilettandosi inoltre in fraseggi ridondanti e altri che quasi quasi vorrebbero sfociare in aree tranquille. Pretende troppo? Può darsi, però vi riesce bene e con il supporto dinamico garantito dalle pelli indiavolate, percosse con furore e che innestano i cambi di ritmo in corsa al momento giusto, Anthony è una più che discreta macchina da guerra, il godimento perciò è garantito.

"Terrestrial Grief" è un ottimo album, un debutto che toglie il fiato e che soggiorna, e soggiornerà, fra i miei ascolti per parecchio tempo. Il mio consiglio è quindi di recarvi prima sulla pagina Bandcamp della band, prestare orecchio e subito dopo aver appurato se per voi valga la pena o meno di possederlo, e io propendo fortemente per il sì, acquisirne una copia tramite i musicisti o l'etichetta The Treaty Oak Collective, che sta muovendo i suoi passi iniziali, producendo dei buoni lavori. Qualunque sia l'opzione dai voi preferita, non lasciateli passare inosservati, sarebbe davvero un peccato.

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