Opium Doom Cult - Tremors To Signal The End

OPIUM DOOM CULT – Tremors To Signal The End

Gruppo:Opium Doom Cult
Titolo:Tremors To Signal The End
Anno:2020
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Autoprodotto
Contatti:Facebook  Bandcamp  Spotify
TRACKLIST

  1. Seeking The Divine, Finding Emptiness
  2. Black Lung Of The Distant City Suffering
  3. The Sullen See
  4. We, The Forsaken And Forlorn
  5. The Husk Sheds The Ghost
  6. The Plague Of Our Lamentations
  7. Elegies In Our Arms
DURATA:01:04:01

A farmi drizzare le orecchie quando ho incrociato gli Opium Doom Cult per la prima volta è stato il nome di Allen Lee Scott, che nella band di Cincinnati, Ohio, si occupa di chitarre, basso e campionamenti. Questo misconosciuto personaggio è un veterano dell’underground estremo, il cui percorso si intreccia a doppio filo con il doom più funereo e malinconico fin dal lontano 1992, quando diede vita ai Carrion Lord, poco dopo divenuti Thorns Of The Carrion, una delle più nascoste perle di quel miscuglio gothic-death-doom-darkwave che faceva faville in quegli anni.

Una volta terminato per sempre quel capitolo della propria esistenza, intorno al 2009 Scott si è avvicinato ai Beneath Oblivion, altra formazione ben poco felice dedita a uno sludge piuttosto esistenziale e sconsolato capitanata dal batterista Scotty Simpson, lasciando in secondo piano le proprie pulsioni più fluide e psichedeliche, limitandole a qualche jam session con l’ultimo tastierista dei Thorns Of The Carrion, Rinaldo Yulfo. Avanti veloce di quasi dieci anni, è il 2018 quando i Beneath Oblivion entrano in pausa indefinita e Scott propone a Simpson di lavorare insieme agli spunti figli di quelle jam session che per dieci anni si sono accumulati in un cassetto. Gli Opium Doom Cult trovano forma compiuta, in poche settimane di lavoro l’album è scritto nella sua interezza e in un giorno solo viene registrato. Ci vogliono altri due anni perché tutto sia prodotto, mixato e stampato, ma finalmente, nell’estate del 2020, quegli spunti e quelle improvvisazioni sparse vengono presentate al mondo con il nome di Tremors To Signal The End. Il disco doom più bello del 2020.

Un’ora e spicci di completa e totale libertà, con brani che spaziano dai tre ai ventun (!) minuti e si portano dietro una carica emotiva che non sentivo da tempo. Titoli come “Seeking The Divine, Finding Emptiness” o “We, The Forsaken And Forlorn” non hanno bisogno di ulteriori approfondimenti, ma è meraviglioso rendersi conto di come un album tutto sommato semplice riesca a essere così incisivo. La produzione scarna, le imprecisioni e le sbavature esecutive qua e là, quei piccoli dettagli fuori posto che normalmente sarebbero difetti, nel lavoro degli Opium Doom Cult diventano un valore aggiunto, un’ulteriore testimonianza di quanto Tremors… sia genuino sotto tutti gli aspetti.

Il lavoro di chitarra di Scott, nella sua essenzialità, è incredibilmente giusto, e le sue campionature mettono in musica una malinconia senza tempo e un gusto per la melodia assolutamente sopra le righe. Per quanto gli Opium Doom Cult siano una formazione molto più vicina al funeral doom di quanto i Thorns Of The Carrion siano mai stati, tutto ciò che Scott ha scritto riesce a essere facile, di un’immediatezza che non ti aspetti quando bazzichi questi ambienti. Il solo fatto che Tremors To Signal The End sia un album da 64 minuti quasi totalmente strumentale, e che nonostante questo non si riveli mai pesante, neanche per un momento, è già straordinario. Certo, a patto di scendere a compromessi con la sofferenza, con il dolore, con l’irrequietezza e il mal di vivere che ci portiamo dentro da tutta la vita.

Tastiere e campionamenti ammorbidiscono leggermente i toni, spostando il baricentro funeral doom più oltranzista delle chitarre verso lidi più rotondi e psichedelici, quantomeno fino a “The Plague Of Our Lamentations”: è questo il brano da ventun minuti, oltre che l’unico con una voce. Per l’occasione, Scott ha chiamato il suo amico di una vita, Matt Chapman, frontman dei Thorns Of The Carrion, per la sua prima registrazione in studio dopo quasi vent’anni di fermo, e Chapman ha ringraziato dando fondo fino all’ultima goccia di disperazione che aveva in corpo. La seconda parte del brano è un monolite funeral buio come una notte senza luna, decisamente il momento più estremo, rabbioso e profondo dell’intero album. Il growl abissale di Chapman dà un’interpretazione tutta nuova ai versi di Charles Bukowski scelti per l’occasione, portando gli Opium Doom Cult allo stesso livello di mostri sacri come Skepticism e Shape Of Despair e non un gradino più in basso.

Se a quanto pare non ci sarà mai la possibilità di riavere tra noi i Thorns Of The Carrion, finalmente c’è un’alternativa che, per quanto musicalmente distante, non ce li farà rimpiangere troppo. Ora è assolutamente necessario trovare un’etichetta che si occupi dell’album, perché è un crimine che Tremors To Signal The End rimanga segregato a un’autoproduzione da poche decine di copie.

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