Ossaert - Bedehuis

OSSAERT – Bedehuis

Gruppo:Ossaert
Titolo:Bedehuis
Anno:2020
Provenienza:Paesi Bassi
Etichetta:Argento Records
Contatti:Facebook  Bandcamp  Spotify
TRACKLIST

  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV
DURATA:34:01

Il debutto di Ossaert è una delle tante, troppe uscite passate sotto silenzio o quasi dell’anno passato. One person band alla prima pubblicazione assoluta, questa misteriosa entità con base a Zwolle fa capo al bassista, chitarrista e cantante P, che nella foto all’interno del vinile si presenta con un saio da francescano e quella che ha tutta l’aria di sembrare… una maschera da maiale (Nattramn intensifies). In realtà, gironzolando per il web sono risalito all’origine del nome Ossaert, una creatura maligna piuttosto radicata nel folklore olandese, con tante storie e tanti ruoli diversi, che però in origine avrebbe dovuto essere un cane nero dagli occhi di bragia.

Quale che sia l’origine prediletta dell’Ossaert che interessa a noi, questo misterioso cane-porcello antropomorfo si presenta al mondo con un album in studio abbastanza interessante: quattro brani piuttosto lunghi, intorno agli otto minuti ciascuno, e forti reminiscenze di Weakling e Ash Borer. Bedehuis (luogo di culto in olandese) è un compendio di black metal atmosferico, ma anche asciutto e molto, molto denso. Nella sua apparente semplicità, P è riuscito a infondere un songwriting di livello e una varietà inaspettata, soprattutto dietro al microfono. In aggiunta al solito scream, il frontman olandese se ne esce con urla e acuti e voci sommesse che a tratti, per le atmosfere opprimenti in cui si muovono, mi hanno ricordato molto da vicino i compianti Angelic Process (“III”).

Ad aiutare P nelle sue scorribande c’è l’altrettanto misterioso W, che oltre ad essersi seduto dietro le pelli in Bedehuis si è occupato di missaggio e mastering nei (suoi?) Catacomben Studios di Utrecht. Ottima prestazione anche da parte sua su tutti i fronti, tanto come picchiatore seriale alla batteria quanto in veste di produttore, perché l’album suona esattamente come dovrebbe: lo-fi ed essenziale, con riff e tremolo picking a fare da costante su cui le diverse voci di P possono ritagliarsi i propri spazi.

Bedehuis è un concept album, o quantomeno una serie di brani in qualche modo collegati tra loro, perché le quattro canzoni non hanno titoli, solo numeri, che per l’uomo di Zwolle sono «preghiere per coloro che percorrono il sentiero dove la falsa luce non osa brillare». P non dev’essere un grande fan del cristianesimo, a conti fatti, ma non ho potuto approfondire di più poiché il mascherato musicista ha deciso di cantare l’intero album nella sua lingua madre, e il mio olandese è un po’ arrugginito. Eppure, anche senza scendere nel dettaglio dei testi, il debutto di Ossaert è un lavoro che si apprezza in tutto e per tutto, ispirato e nero come la pece.

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