Panzerfaust - The Suns Of Perdition - Chapter II: Render Unto Eden

PANZERFAUST – The Suns Of Perdition – Chapter II: Render Unto Eden

Gruppo:Panzerfaust
Titolo:The Suns Of Perdition – Chapter II: Render Unto Eden
Anno:2020
Provenienza:Canada
Etichetta:Eisenwald Tonschmiede
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TRACKLIST

  1. Promethean Fire
  2. The Faustian Pact
  3. Areopagitica
  4. The Snare Of The Fowler
  5. Pascal’s Wager
DURATA:44:03

Sono trascorsi pochi mesi da quando su queste pagine uscì un corposo speciale in più parti riguardante la scena black metal del Québec e oggi non ci spostiamo di molto a livello geografico parlando del nuovo album dei Panzerfaust. Il quartetto canadese, per la precisione proveniente dall’Ontario, è ormai attivo da circa quindici anni e arriva al traguardo del quinto lavoro sulla lunga distanza con The Suns Of Perdition – Chapter II: Render Unto Eden, proseguendo su un percorso artistico piuttosto personale, inaugurato nel 2016 con l’ottimo EP The Lucifer Principle.

Negli ultimi anni i Panzerfaust hanno continuato ad affinare le proprie capacità compositive e la matura coesione della loro proposta si percepisce sin dai primi istanti del lungo pezzo iniziale, “Promethean Fire”: arpeggi, dissonanze, ritmiche telluriche e incalzanti, e un generale e distruttivo crescendo di oppressione sonora. Su tali coordinate ben si adagiano prima i rigurgiti cavernosi di Goliath e poi la voce pulita e fiera di Maria “Masha” Arkhipova (ben conosciuta per essere cantante e polistrumentista nei russi Arkona), accreditata anche come autrice di parte del testo. In questi primi dieci minuti ben si delinea il carattere oscuro e dai toni ipnotici dell’intero Render Unto Eden, il quale riflette le qualità di un gruppo estremamente ispirato, nonostante non presenti sbalzi stilistici continui. E dunque avanti con un riffing sghembo, alienante e circolare, che tende a ripiegarsi su se stesso, lasciando intravedere influenze quasi post- e vaghe reminiscenze industrial, pur rimanendo saldamente ancorato a una matrice indiscutibilmente black metal. Il mosaico sonoro composto dai Panzerfaust vive di un ben orchestrato equilibrio tra ricerche atmosferiche e melodiche ai limiti con certa psichedelia oscura (“Pascal’s Wager”) e sulfurei mid tempo (“Areopagitica”), mescolati con maestria alle consuete e sane mattonate sulle gengive a base di pura furia belluina (“The Snare Of The Fowler”).

Volendo riassumere Render Unto Eden in poche parole, si potrebbe parlare semplicemente di un disco tamarro quanto può esserlo il black metal del 2020 fatto come Satana comanda. I Panzerfaust suonano abrasivi, spesso dissonanti, e veicolano oscurità densa come pece, evocando atmosfere tanto sanguigne quanto ipnotiche, contornate da arrangiamenti disturbanti e riff pesanti come macigni. Tutto ciò acquisisce maggior valore considerando come l’intera opera risulti fresca e ispirata da un’evidente volontà di distaccarsi dagli standard per esplorare territori più personali.

Dal punto di vista concettuale, i testi scritti da Brock “Kaizer” Van Dijk proseguono la tetralogia inaugurata con The Suns Of Perdition – Chapter I: War, Horrid War, nel quale venivano esaminati con un taglio filosofico alcuni dei più atroci scenari storici del secolo scorso. Il nuovo parto, invece, prende in considerazione un aspetto più psicologico della questione che — al netto delle citazioni di Eschilo e Christopher Hitchens riportate nel libretto — converge comunque e sempre in un’unica direzione: l’Uomo, credente o ateo, idealista o coatto, è e sempre rimarrà un fallimento.

Grazie a una produzione a dir poco godereccia, pulita quanto basta e ben bilanciata, Render Unto Eden è una mina davvero notevole. È evidente che il quartetto negli ultimi cinque anni ha trovato il giusto modo per incanalare la propria ispirazione, riuscendo a stupire e innovare senza stravolgere alcunché, a sfogare certe pulsioni sperimentali pur rimanendo ben inquadrabile all’interno di un determinato ambito stilistico. Cresciuti di album in album fino a consolidarsi come una realtà di grande valore, i Panzerfaust sono ormai un ascolto consigliabile a tutti, conservatori o meno, in attesa di capire dove i prossimi dischi andranno a parare e tenendo sempre ben presente un fondamentale quesito interlocutorio: «but what do you have to lose when you’re pissing into the wind?».

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