PHOBONOID – Orbita

 
Gruppo: Phobonoid
Titolo: Orbita
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Dusktone
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TRACKLIST

  1. Phobos
  2. Ex
  3. Vuoto
  4. Lo Spettro Di Deimos
  5. Omega
  6. Magnete
  7. Deimos
DURATA: 20:03
 

In questi anni ho girato parecchio il mondo (virtualmente) per la webzine, dall'Europa all'Estremo Oriente, passando per le Americhe, l'Oceania e rare incursioni in terra africana. Questa volta però andrò decisamente oltre, attraversando tutti gli strati dell'atmosfera terrestre per dirigermi fra i cinquantasei e i cento milioni di chilometri di distanza: la mia meta è Marte. "Orbita" narra infatti della fine della civiltà sul pianeta dovuta alla guerra e dell'incontro finale di Phobos col fratello Deimos sulla faccia distrutta dal conflitto. Piccola lezione di astronomia: Phobos è il maggiore e più interno dei due satelliti naturali di Marte, il suo nome deriva dal greco e significa "terrore", nella mitologia è uno dei figli di Ares e Afrodite; Deimos invece significa "paura".

Come piccoli Darkspace (paragone "rifiutato" dall'unico membro Lord Phobos, che sulla pagina Facebook afferma di averli conosciuti solo di recente e quindi di non esserne stato influenzato), i Phobonoid ci trasportano nell'immensità del cosmo sulle note di un black metal dalle tonalità "spaziali", dotato di gelidi innesti industrial che trasmettono la sensazione di inospitalità e desolazione del Pianeta Rosso (di cui è complice anche la batteria "sintetica") insieme a frangenti dal tocco ambient. Questi intervallano i brani propriamente metal come brevi pause fra una battaglia e l'altra, dove i superstiti si trascinano a fatica, mentre le macerie si raffreddano. Lo stesso screaming risuona in lontananza, come se provenisse davvero da anni luce di distanza.

L'estrema compattezza dell'opera, appena venti minuti la durata totale, rende "Orbita" adatto anche ai neofiti del filone o a chi non si è mai cimentato con esso, tuttavia non va scambiata per una scorciatoia atta a evitare i rischi di ripetitività corsi dagli album basati su approcci minimali, poiché ogni brano possiede piccole e grandi variazioni significative che donano personalità. Le chitarre infatti sono in grado di disegnare anche scenari solenni, come nella conclusiva "Deimos" (il brano migliore per completezza e ispirazione), in cui l'atmosfera oscilla fra una certa fierezza quasi maestosa e una leggera malinconia, oppure divenire melodiche; "Magnete" dal canto suo schiaccia l'ascoltatore con un forte senso di oppressione e questo nonostante l'atmosfera di Marte sia all'incirca un terzo di quella terrestre.

I Phobonoid insomma maneggiano la materia, ormai non più inedita, con sapienza e cura dei dettagli, fra cui la registrazione e il missaggio totalmente autorealizzati (solo per il master ci si è affidati all'esterno con Karl Daniel Liden), perciò meritano le vostre attenzioni, ora e in futuro col secondo capitolo di questa epopea. L'inizio è promettente.

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