PROCESSION – Destroyers Of Faith

 
Gruppo: Procession
Titolo:  Destroyers Of Faith
Anno: 2010
Provenienza:  Cile
Etichetta: Doomentia Records / High Roller Records
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TRACKLIST

  1. Hyperion
  2. Destroyers Of The Faith
  3. The Road To The Gravegarden
  4. Chants Of The Nameless
  5. Tomb Of Doom
  6. White Coffin
DURATA: 46:12
 

In Cile amano il doom? Pensavo di essermene accorto in passato, quest'anno mi son reso conto che il movimento nazionale è prolifico e qualitativamente molto ben messo, le uscite di realtà quali Mar De Grises, Lethargy Of Death, AstorVoltaires, Lapsus Dei e non ultimi i Procession, di cui fra poco inizierò a scrivere, mi hanno dato chi più, chi meno le dovute soddisfazioni.

Solo in ordine di tempo gli ultimi sono i Procession, la formazione che vede al suo interno membri di Poema Arcanvs, Capilla Ardiente e degli ormai splittati Mourners Lament è supportata in questa prima uscita di spessore intitolata "Destroyers Of The Faith", che succede ai due demo e all'ep "The Cult Of Disease", da un'accoppiata di etichette che con certi stili vanno letteralmente a nozze. La pubblicazione in cd è curata dal buon Lùkas e la sua Doomentia Records, mentre per quanto riguarda il formato in vinile la High Roller è sempre pronta a mettersi in gioco per accontentare la richiesta degli sfegatati cultori.

La proposta è un doom di stampo classico/epico le cui influenze cardine sono palesate senza troppi problemi, si va dagli intramontabili Black Sabbath agli emuli in chiave più strettamente affine al genere anni Novanta Count Raven ai Candlemass dell'era "Epicus Doomicus Metallicus", a gente come Solstice e Solitude Aeturnus, in pratica è il meglio che c'è stato e c'è sulla piazza quando si vuole ascoltare la forma primordiale ed evocativa dello stile.

Il nome non poteva essere più indovinato, il suono del gruppo è altamente ritualistico e solenne, dopo il breve intro "Hyperion" e la comparsa della titletrack si viene risucchiati in un vortice retrò fatto di riff e ritmiche lente e cantilenanti che arrivano al massimo della spinta con l'apparire dei mid-tempo, è un monolite oscuro che la vocalità estasiante e passionale di Felipe Plaza Kutzbach completa. È strano come in questo brano abbia trovato un feeling particolare che per mood e note mi ha riportato alla mente il grigiore e tedio provati nello sfogo dei Megadeth in "In My Darkest Hour" ("So Far, So Good… So What" 1988).

Le due torri del dolore che s'innalzano centralmente, "The Road To The Gravegarden", già inserita nel mini, e "Chants Of The Nameless", arrancano, il tempo si diluisce e la corposità aumenta di spessore, groove a vendere e tinte talmente pregne di quei colori morti che incupiscono notevolmente l'atmosfera, un limbo che solo in attimi fugaci vede un pallore farsi strada in lontananza, la rottura della fase di metà corso e il breve periodo in cui il basso si mostra solitario nella prima e la chitarra più possente e dai toni più accesi nella seconda fanno quest'effetto. È solo illusione, il manto che ricopre le tracce è troppo fitto e grondante di sofferenza per permettere a sensazioni multicolore di presenziare.

A metà del disco si è totalmente immersi in un mare perduto, il disegno che i Procession hanno sapientemente delineato e particolareggiato nelle sfumature non lascia altro da fare che continuare il percorso per vedere dove conduca, è il turno di "Tomb Of Doom", cosa ci aspetta è tutt'altro che difficile da comprendere. Se da un lato abbiamo un minimo di calma apparente, la distensione e il gettarsi nelle braccia di un oblio in slow-motion sono valorizzati dalla performance emotiva che raggiunge picchi elevatissimi, la canzone è tristemente pachidermica con un incedere che nella fase conclusiva tende ad appiattirsi ma che non creerà di sicuro problemi all'ascolto per i fedelissimi delle prove doom.

È d'altra pasta invece il potenziale di "White Coffin", drammatica, pesante all'inverosimile e con una satura concentrazione di morbosità claustrofobica nel suo inizio mentre un intarsio di chitarra vagamente orientaleggiante chiude un "Destroyers Of The Faith" letteralmente da incorniciare.

Due parole vanno spese per il batterista Francisco Aguirre, è preciso, opportuno nelle scelte eseguite sempre al posto e al momento giusto, infila il puntello che fa la differenza, le minuzie rendono la sua opera fondamentale per la natura magniloquente dell'album. A riguardo della voce di Felipe Plaza Kutzbach non c'è bisogno di ripetere come sia in maniera evidente al di fuori dagli standard esecutivi, è perfetta per la rotta intrapresa per la sua teatralità e partecipazione, questi due elementi si evidenziano insieme alle melodie come armi di valore, e a mio pensiero sulle quali poco c'è da discutere, in seno alla band.

Inutile dilungarmi nello scrivere altro, c'è solo una cosa da fare: mettere mano al portafogli e comprare.

 

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