PROFETUS – As All Seasons Die | Aristocrazia Webzine

PROFETUS – As All Seasons Die

Gruppo: Profetus
Titolo: As All Seasons Die
Anno: 2014
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Weird Truth Productions
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TRACKLIST

  1. The Rebirth Of Sorrow
  2. A Reverie (Midsummer’s Dying Throes)
  3. Dead Are Our Leaves Of Autumn
  4. The Dire Womb Of Winter
DURATA: 36:42

Cosa si può dire dei Profetus, se non che tutti dovrebbero ascoltarli, approfondirli e infine amarli? Due anni e mezzo fa, più o meno, usciva …To Open The Passages In Dusk, nero e affascinante monolite intriso di occultismo e sofferenza; oggi, sempre sotto l’egida della nipponica Weird Truth Productions, Anssi Mäkinen e compagni danno alle stampe un lavoro ancor più bello, maturo, variegato, ma allo stesso tempo classico dei precedenti.

L’intro iniziale, dal titolo quantomai chiarificatorio, decolla dolcemente in un cielo nero, uggioso e carico di sventura, tuttavia è con “A Reverie…” che il quintetto finlandese mette in mostra il proprio pieno potenziale: dieci minuti suonati di funeral doom melodico, granitico e assolutamente devastante. La lentezza con cui le note si inanellano lungo il brano è — incredibile a dirsi — trascinante, facendo sì che l’ascolto scivoli via con una semplicità del tutto inaspettata per il genere in questione. Segue “Dead Are Our Leaves Of Autumn”, il pezzo “facile” del lotto, con i suoi soli sette minuti quasi totalmente strumentali in cui un assolo di chitarra (!) percorre tutta la seconda parte senza stonare minimamente con l’umore generale né del genere né del disco. Sarà forse che la chitarra in questione è quella di Justin Hartwig dei Mournful Congregation, tanto per gradire. Resta il fatto che un assolo così perfettamente contestualizzato è raro sentirlo, se poi si considera che stiamo parlando di un filone così incredibilmente ermetico come il funeral… siamo proprio davanti a un Disco con la maiuscola. Conclude il lavoro “The Dire Womb Of Winter”, altri quindici minuti di sofferenza esistenziale dal peso specifico devastante, spalmati con sapienza a una lentezza esasperante.

Mäkinen, autore di tutto il materiale, questa volta ha abbandonato i riferimenti all’occultismo (quantomeno quelli più evidenti ed espliciti), in favore di una linea testuale più naturalistica, come testimoniato anche dalle foto interne al libretto. Ciò che conta di più, tuttavia, è che il finlandese e la sua compagine hanno davvero centrato il bersaglio, un centro pieno con tanto di bonus, una prova assolutamente definitiva e incontrovertibile dell’immensa caratura della band. E poi la produzione, limpida, cristallina e piena, che non lascia nulla al caso né in secondo piano, ma dona un perfetto equilibrio a tutta la strumentazione, dalle litaniache seconde voci a chitarre, tastiere e abissale grancassa. Anche in questo caso i Profetus hanno usato ogni possibile accortezza, registrando, mixando, masterizzando in una serie di studi diversi di cui è quasi impossibile tenere traccia, dalla Finlandia a Londra (senza contare, ovviamente, la registrazione australiana di Hartwig). Chi mi conosce sa che non sono una persona dai facili entusiasmi, ma questo è davvero un album enorme.

Concludo segnalando che in As All Seasons Die parte del lavoro alle chitarre nonché gli oneri di mixaggio sono stati svolti nientemeno che da D. L., inglesissimo frontman degli inglesissimi Cruciamentum, che tuttavia al momento in cui questa recensione viene redatta ha lasciato la formazione in favore dello storico chitarrista Eppe Kuismin. Questi, dal canto suo, aveva abbandonato i Profetus subito dopo …To Open…, ma non ha comunque rinunciato a partecipare a quest’ultima opera, occupandosi di alcuni lavori di registrazione.