Rannoch - Reflections Upon Darkness

RANNOCH – Reflections Upon Darkness

Gruppo:Rannoch
Titolo:Reflections Upon Darkness
Anno:2020
Provenienza:Regno Unito
Etichetta:Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Advenæ
  2. De Heptarchia Mystica
  3. Despair
  4. The Hanged Man
  5. Fail
  6. Prelude
  7. The Dream
  8. Hope
  9. The Devoured
  10. Dying Embers
  11. Void
  12. Postlude
DURATA:1:09:17

I Rannoch sono una band prog che arriva da Birmingham, dal cuore delle Midlands occidentali, e che potrebbe aver pubblicato l’album più denso del 2020. Attivo da una quindicina d’anni, il trio inglese non ha mai brillato per prolificità, e arriva a Reflections Upon Darkness forte solamente di un album, Between Two Worlds (Eulogy Media, 2013), e un paio di EP, l’ultimo dei quali risalente al 2015.

In questi anni la band non è certo rimasta ferma, e Reflections Upon Darkness è il risultato di uno sforzo durato un intero lustro e quasi totalmente autogestito. Ian Gillings, chitarrista, cantante e principale compositore del gruppo, in questa occasione veste anche i panni di produttore, mentre le registrazioni hanno avuto luogo quasi totalmente all’interno del suo studio casalingo, i Rannoch Studios, appunto. Il conseguente lavoro certosino di ricerca e di perfezionismo voluto dal multistrumentista fin nel minimo particolare è evidente in tutti i corposissimi 69 minuti dell’album, una vera e propria prova di forza di rara complessità.

Partendo da un mix di riferimenti che si muove tra gli Opeth e i Meshuggah, i Rannoch costruiscono un album variegato, ispirato e decisamente difficile, pieno di dettagli che vanno ad arricchire una palette che, visti i nomi coinvolti, è già di per sé piuttosto ampia. Le basi su cui Reflections Upon Darkness si appoggia sono senza dubbio le sei, o meglio le otto corde (e infatti Schilling si definisce prima di tutto un chitarrista), e il sound più marcato ed evidente è figlio di Fredrik Thordendal e Mårten Hagström, ma rispetto alle astrazioni degli Shuggah gli inglesi sono molto più legati alla forma canzone, o quantomeno a un tipo di narrazione più lineare. Capita quindi di trovarsi davanti ad aperture completamente acustiche in cui Schilling canta con voce pulita (addirittura in spoken word alla fine di “The Devoured”), o a bridge melodici in cui il frontman e il secondo chitarrista Richard Page si scambiano scale e assoli, prima che un nuovo breakdown riporti tutti a scapocciare come se non ci fosse un domani.

Oltre che denso musicalmente, Reflections Upon Darkness è una sfida anche dal punto di vista tematico, presentandosi nettamente diviso in due momenti. Nel primo, composto dai primi cinque pezzi, trova spazio la storia di John Dee, alchimista e occultista cinquecentesco che godette di lunga vita. Tra le molte cose, egli si dedicò anche all’arte divinatoria, e proprio a questo suo interesse e alle peripezie che ne conseguirono i Rannoch dedicano “De Heptarchia Mystica”.

Il sesto brano è invece un vero e proprio preludio, che interviene dopo poco meno di mezz’ora di registrazioni a sancire l’inizio di “Darkness”. Divisa in sette canzoni, questa è una suite da quasi quaranta minuti che porta in musica l’intera poesia omonima di Lord Byron, scritta nel 1816 come «monito per la crescente disuguaglianza di quei tempi e predizione di ciò che avverrà qualora la razza umana non cambi». Duecentoquattro anni dopo siamo ancora al palo esattamente come allora, e i Rannoch ci tengono a ricordarlo. Il contrasto tra i versi di Byron e due chitarre a otto corde che riffano a cannone sotto di loro è un’esperienza molto particolare, che rende Reflections Upon Darkness ancor più interessante.

La definizione di progressive death metal ai Rannoch sta decisamente stretta, perché nel 2020 di death metal è rimasto davvero poco. Per fare un parallelismo facile, gli inglesi hanno seguito lo stesso percorso dei redivivi Disillusion, che partiti da alcune determinate coordinate di riferimento sono riusciti ad affrancarsene per sviluppare una cifra stilistica propria. Reflections Upon Darkness è figlio di questo percorso e di questo affrancamento, al cui interno tutte le influenze rimangono ben chiare, ma vengono rilette in modo personale. Un album per chi ha voglia di perdersi tra citazioni letterarie e chitarrone iperprodotte.

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