Rivers Ablaze - Devoid Dying Sun | Aristocrazia Webzine

RIVERS ABLAZE – Devoid Dying Sun

Gruppo: Rivers Ablaze
Titolo: Devoid Dying Sun
Anno: 2021
Provenienza: Ungheria
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Devourer Of The Cosmic Flame
  2. The Manifestation Of Supreme Darkness
  3. The Eclipsing Hour
  4. Invocation Of The Consuming Fire
  5. A Cloud Once Majestic
  6. Where Silence Fades To Nothingness
DURATA: 45:44

In tutta la sua possanza, il nome dei Rivers Ablaze mi suona assolutamente sconosciuto e dubito possa esserti noto, a meno che non nascondi una viscerale passione per l’underground musicale magiaro. Il progetto, nato appena due anni fa e che taglia il traguardo del secondo disco con Devoid Dying Sun, in realtà è tutto frutto della mente artistica di Márton Kertész, ma come già successo l’anno scorso con Blood Canvas si è avvalso della collaborazione di amici e colleghi per la registrazione.

Pur trattandosi di un progetto giovanissimo, parlando di Rivers Ablaze si ha la possibilità di scavare nel sottobosco ungherese con discreta facilità. Ad affiancare il capoccia troviamo infatti Olivér Ziskó alla batteria e Zoltán Cséry alle tastiere lungo tutta la scaletta, mentre le rare incursioni vocali (come in “A Cloud Once Majestic”) portano la firma di Péter Csobánczi, che si è occupato anche del mixing e del mastering di Devoid Dying Sun. La collaborazione tra Kertész e Cséry risale a diversi anni fa, quando entrambi facevano parte degli Special Providence, progetto progressive dalle imprevedibili digressioni jazz-fusion, mentre la presenza di Ziskó dietro le percussioni ci dà il La per tuffarci nella scena estrema magiara. Ziskó, il cui ottimo lavoro in questa sede è apprezzabilissimo nel video play-through di “The Eclipsing Hour”, suona anche coi Nefarius, attivi dal 2000 nel movimento black di Szombathély, capoluogo della provincia di Vas, ed è stato per diversi anni tra le fila degli Sear Bliss, compagine della stessa area le cui origini risalgono invece ai primi anni ’90.

La proposta di Rivers Ablaze e ospiti nei tre quarti d’ora di Devoid Dying Sun è varia ma anche discretamente omogenea. Ci troviamo davanti a un mischione di black-death fortemente progressivo, per chi avesse fame di etichette: una miscela che i Nostri non lasciano in pace ma che rendono ancora più complessa con le occasionali svolte ritmiche, che passano da momenti cadenzati a blast tiratissimi che ci riportano su lidi decisamente black. I dieci minuti di “A Cloud Once Majestic” offrono un esempio tangibile di tutte le policromie racchiuse da Kertész e soci in quest’album, comprese le urla di Csobánczi. Pur trattandosi di un disco fondamentalmente strumentale, i 45 minuti di musica non trasudano onanismo e shredding vanaglorioso, tanto che i vari momenti in cui Kertész si diverte alle sei corde non sono comunque più di quanti ci si aspetterebbe di trovare in un album cantato in senso stretto. Ok, forse ho esagerato e magari qualche assolo in più c’è, ma nulla che infastidisca seriamente o che rovini l’ascolto.

Se posso permettermi di puntare il dito contro quella che ritengo una carenza dell’album, a questo punto, indico l’assenza di una voce più presente, per un solo e semplice motivo. Così com’è, Devoid Dying Sun è leggermente monco; ma leggermente tanto. Non che non apprezzi i progetti strumentali o con rarissime parti di voce, ma Rivers Ablaze, con la giusta presenza dietro al microfono, potrebbe catapultarsi dritto per dritto tra le fila delle band più strambe e avanguardistiche del black-death dei giorni nostri. Perché, per quanto forti di buone idee, sei pezzi che vanno dai cinque minuti di “Invocation Of The Consuming Sun” ai dieci tondi tondi della già nominata “A Cloud Once Majestic”, rischiano di scocciare piuttosto facilmente.

Nulla di fatto, per quanto mi riguarda. Da un lato Devoid Dying Sun è ricco di buone idee che travalicano il black-death e includono prog, atmospheric e avantgarde. Dall’altro, senza una o più voci fisse, i Rivers Ablaze sono destinati a non restare altro che un side project di Márton Kertész. Magari a lui sta anche bene, magari si diverte a fare roba sinfonica coi From The Sky, ma per chi mastica certi estremismi mattina, pomeriggio e sera trovarsi un disco così fa un po’ rabbia.