SATYRICON – Deep Calleth Upon Deep

 
Gruppo: Satyricon
Titolo: Deep Calleth Upon Deep
Anno: 2017
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Napalm Records
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TRACKLIST

  1. Midnight Serpent
  2. Blood Cracks Open The Ground
  3. To Your Brethren In The Dark
  4. Deep Calleth Upon Deep
  5. The Ghost Of Rome
  6. Dissonant
  7. Black Wings And Withering Gloom
  8. Burial Rite
DURATA: 43:35
 

Scrivere del nuovo album dei Satyricon non è certo una passeggiata. In primis, di norma evito di discettare a riguardo di dischi e gruppi tanto controversi: non certo per ostentare un'attenzione rivolta unicamente all'underground, ma perché trovo che le discussioni sulle formazioni più storiche risultino spesso sterili e molto povere di reali spunti di interesse. La seconda difficoltà nell'esaminare il duo norvegese è la mia appartenenza a quella schiera di estimatori che ha apprezzato bene o male ogni capitolo della loro discografia. Prima che ve lo chiediate: sì, anche in "The Age Of Nero" trovo qualcosa di salvabile, sebbene sia un lavoro con pecche enormi e difficilmente trascurabili.

Lasciamo però perdere il passato e concentriamoci sul presente. Siamo nel 2017 e la premiata ditta formata da Satyr e Frost arriva a pubblicare il nono album, successore di un "Satyricon" che aveva suscitato anche fra alcuni detrattori non poche voci di insperata ammirazione. Proprio dall'eponimo predecessore riprende le mosse questo "Deep Calleth Upon Deep", non rinnegando quanto fatto negli ultimi tre lustri e dimostrando comunque ancora una volta che i Nostri proseguono su un sentiero personale e difficilmente replicabile, indipendentemente dai gusti dell'ascoltatore.

L'iniziale "Midnight Serpent" sfoggia subito un riffing con un discreto mordente, ripescando le derive Heavy, i mid-tempo un po' acidi inaugurati con "Volcano" e le movenze più tamarre di "Now, Diabolical", fornendo immediatamente un quadro piuttosto chiaro della situazione: i due musicisti sembrano essere in cerca più di stimoli personali (poco importa se siano essi di natura monetaria o artistica) che di consensi. Con "Blood Cracks Open The Ground" iniziano a intravedersi le prime nubi, dal momento che il pezzo risulta abbastanza presuntuoso, punteggiato di velleità virtuosistiche che nell'insieme danno un'impressione poco entusiasmante; scarsa coesione strutturale e molta dispersione di idee, fattori che finiscono per rendere eccessivamente tortuoso e ostico quello che forse è il punto più debole dell'intero album.

Come a voler smentire le premature preoccupazioni, arriva il momento del secondo singolo uscito come anticipazione dell'opera, "To Your Brethren In The Dark"; una sorta di ballata cimiteriale con un carattere decisamente interessante, nella quale vengono accostate melodie dal sapore malinconico — forse più legate al Black Metal in senso stretto — con un'atmosfera generalmente nebbiosa e oscura. Altro punto a favore, se non fosse che la successiva "Deep Calleth Upon Deep" lascia nuovamente un po' di amaro in bocca, a causa di un carattere molto ruffiano: nulla di male, ma il tentativo di mascherarlo con piccoli accorgimenti scenici (la voce operistica di Håkon Kornstad e inserti di archi) rende l'insieme spento e di poco impatto, se non nel ritornello.

Arrivati ormai al giro di boa, con "The Ghost Of Rome" ci ritroviamo nuovamente ad ascoltare gli interventi di Kornstad, inseriti tuttavia in un'anima impregnata di un classicismo Rock quasi radiofonico, lineare e dinamico, il quale lascia fuoriuscire il lato più danzereccio dei Satyricon. E se subito dopo "Dissonant" è in grado di stupirci con una greve impronta vintage a cui fanno da contraltare una tortuosità sfacciata e repentini cambiamenti umorali, "Black Wings And Withering Gloom" sfiora il clamoroso: inaspettatamente fa capolino qui una drammatica e mesta fierezza dai contorni epici che rappresenta forse il più chiaro rimando a certo Black Metal, ovviamente oltremodo imbastardito. In chiusura troviamo una "Burial Rite" che parrebbe quasi voler essere una summa di quanto i Satyricon ci hanno mostrato negli ultimi cinque o sei dischi; un carattere buio ma arrembante, decisamente anarchico nella forma, in un certo senso caleidoscopico eppure allo stesso tempo linearmente minimale.

Quando si ha a che fare con un sodalizio che dura ormai da quasi trent'anni, lasciando impronte così indelebili nello sviluppo di un genere e che ha poi comprensibilmente fatto deviare il proprio percorso artistico, per esprimere giudizi e opinioni bisogna accettare con serenità che a "The Shadowthrone" mancano solo due anni per compiere il quarto di secolo, che quella espressività è ormai acqua passata e ai Satyricon un certo tipo di Black Metal non interessa più. Come corollario di tali affermazioni il pubblico si dividerà sempre in tre categorie: chi rifiuta aprioristicamente di andare oltre il 1999, coloro ai quali semplicemente non frega più una fava e chi apprezza (qualcosa più, qualcosa meno) anche i lavori più recenti.

Per quanto mi riguarda, sebbene abbia cercato di fare il possibile per rimanere oggettivo, ammetto che la mia appartenenza all'ultima categoria potrebbe aver influenzato questa analisi. "Deep Calleth Upon Deep" è comunque un'opera con un carattere forte, composta da musicisti non certo di primo pelo, sfaccettata, non priva di alcuni momenti di stanca, tuttavia a suo modo ispirata e colma di svariate sfumature da cogliere ascolto dopo ascolto.

A fronte di tutto questo torrente di parole virtuali, la conclusione risulta più semplice di quanto pensassi. Se fate parte della fazione integralista che bolla generalmente come una cacata qualsiasi disco uscito nel nuovo millennio, lasciate perdere "Deep Calleth Upon Deep"; stessa cosa se ritenete che i Satyricon negli ultimi quindici anni abbiano fatto poco o nulla di buono, perché la vostra idea non cambierebbe. Invece, se siete tra coloro che hanno apprezzato quanto uscito dopo "Rebel Extravaganza", è probabile che questo nuovo parto risulti a voi gradito.

A ognuno la propria verità, ma ricordate che il dipinto di Munch in copertina rappresenta il bacio della morte e — vi piaccia o meno — sappiate che Abisso chiama Abisso. Sempre.

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