Septicflesh - The Great Mass

SEPTICFLESH – The Great Mass

Gruppo:Septicflesh
Titolo:The Great Mass
Anno:2011
Provenienza:Grecia
Etichetta:Season Of Mist
Contatti:Sito web  Facebook  Twitter  Instagram  Spotify
TRACKLIST

  1. The Vampire From Nazareth
  2. A Great Mass Of Death
  3. Pyramid God
  4. Five-Pointed Star
  5. Oceans Of Grey
  6. The Undead Keep Dreaming
  7. Rising
  8. Apocalypse
  9. Mad Architect
  10. Therianthropy
DURATA:43:35

Sarò sincero fin dal principio: sono un accanito fan in stile groupie dei Septicflesh. Correva l’anno 2008 quando il gruppo ellenico diede alle stampe quella perla assoluta che risponde al nome di Communion; di anni ora ne sono passati tre e sono tornati con il nuovo album The Great Mass. Fin dal giorno in cui venni a conoscenza dell’arrivo di un altro disco, iniziai a tormentarmi con mille perplessità (legate a cosa avrebbero potuto sfornare a seguito di un capolavoro) e altrettante aspettative (legate alla fiducia e alla mia devozione nei confronti del gruppo). Lottando disperatamente contro l’impulso frenetico di ascoltare anteprime, brani in streaming e quant’altro, ho atteso trepidante di poter avere il disco in mano prima di venire a contatto con il nuovo lavoro. Emozionato a tal punto quasi da farmela addosso, tolgo la plastica, apro la custodia e infilo l’album nello stereo, frattanto che sfoglio per la prima volta il libretto.

Alla partenza vengo immediatamente pervaso dal melodioso e orientaleggiante singolo “The Vampire From Nazareth”, a cui segue la più epica e aggressiva “A Great Mass Of Death” e un pensiero si forma nella mia mente, un pensiero che recita: finalmente è stato trovato l’equilibrio perfetto tra il Metal estremo e la musica sinfonica. Proprio questa combinazione impeccabile tra le due parti citate è il perno attorno al quale prende vita tutta l’opera, fondamento che si nota maggiormente in “Five-Pointed Star”, ancestrale invocazione agli elementi che compongono l’Universo e alla loro forza, e in “The Undead Keep Dreaming”, una narrazione notevole con un ritornello penetrante e di fortissimo impatto. Allo stesso modo, a dare questa sensazione di completezza assoluta è anche il contrario di quanto detto sopra, ovvero lo spiccato contrasto della quadrata marzialità del riffing e della sezione ritmica con l’impetuosità straripante delle orchestrazioni, presente in brani come “Pyramid God” e “Mad Architect”. Si fanno strada anche tratti più usuali, come la violenza e l’oscurità di “Oceans Of Grey” al cui interno si insinua un’aura dal sapore gotico (mi pare scontato dire che se parlo di gotico non mi riferisco a uno stile che punta soltanto sull’impatto visivo affidato a signorine strabordanti in bustini di lattice) e lo schema della superba “Rising” che ricorda da vicino la sua progenitrice “Sunlight/Moonlight”.

Ovviamente anche sotto il profilo lirico, i Septicflesh non si accontentano della scontatezza. Ci troviamo quindi di fronte, tra le altre, a una “Apocalypse” che si basa su una stupenda comparazione tra l’Uomo e la deviata natura di un Dio suicida o a una “Therianthropy” che riprende un tema tanto caro a numerose mitologie, cioè l’eterna scissione dell’animo terreno (completamente Uomo, completamente bestia o un po’ di entrambi?). L’album è quindi composto da dieci Salmi (di cui è presente un commento ciascuno nel libretto) che attraverso storie, sogni, teoremi e riflessioni formano un ritratto visionario, occulto e oscuro dell’Universo, del Tempo, dell’Uomo e della Divinità, nonché delle correlazioni esistenti tra essi e delle forze che agiscono all’interno di questo sodalizio obbligato. È questo perciò uno dei casi in cui seguire il procedere dell’opera con il libretto tra le mani è assolutamente necessario per comprenderla appieno. Credo che mai come stavolta vi siano, più o meno evidenti, tanti significati simbolici e di altissima levatura all’interno delle composizioni dei Septicflesh.

Da un punto di vista puramente tecnico è tutto praticamente ineccepibile: il lavoro svolto in fase di orchestrazione dai 130 musicisti della Philharmonic Orchestra di Praga è superlativo e anche la parte della strumentazione tradizionale gode della stessa forza. Gli intrecci delle chitarre e il riffing sono favolosi, perfettamente calzanti per ogni sfumatura, la batteria di Fotis Bernardo è ispiratissima e indiavolata, mentre il growl baritonale di Spiros è sempre ottimo, così come azzeccatissimi gli interventi di Sotiris in quel pulito un po’ nasale che dona tanto un effetto simil-narrativo.

Con Communion era stata raggiunta la perfezione. Ora con The Great Mass i Septicflesh ci hanno dimostrato che la perfezione è possibile anche superarla. Onestamente mi immagino già alcune critiche deliranti secondo cui quest’ultimo sarebbe una copia del precedente oppure addirittura le accuse di avere di fronte l’ennesimo disco sinfonico pomposo e fine a se stesso. Beh, ovviamente a ognuno il suo… Ciò che posso dire è che pochi possono permettersi di comporre un lavoro come questo e renderlo un capolavoro, mentre gli altri ci possono soltanto provare, riuscendo a produrre niente più che una tonnellata di merda fumante (vero Dimmu Borgir?). Qui è l’indiscutibile qualità che regna sovrana, per la plastica rivolgersi altrove.

Cosa posso ancora dire? Le parole sono superflue al cospetto di un’opera talmente meritevole. L’unica cosa fattibile è arrendersi a cotanta magnificenza e prendere atto che ascoltare un disco simile solo in mp3 è come bere un pregiato Chateau Le Pin con la cannuccia dalla tazza del cesso. Nella mia personale playlist del 2011 The Great Mass è già al primo posto e nessuno lo scalzerà da lì. Il Dreamlord ellenico è tornato, che venga accolto con gli onori che gli spettano!

Facebook Comments