SHAPE OF DESPAIR – Monotony Fields

 
Gruppo: Shape Of Despair
Titolo: Monotony Fields
Anno: 2015
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Season Of Mist
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TRACKLIST

  1. Reaching The Innermost
  2. Monotony Fields
  3. Descending Inner Night
  4. The Distant Dream Of Life
  5. Withdrawn
  6. In Longing
  7. The Blank Journey
  8. Written In My Scars
DURATA: 74:24
 

"Illusion's Play" fu il mio primo album funeral. Fresco di uscita lui, fresco di battesimo agli estremismi sonori io, l'incontro fu folgorante e illuminante, salvo poi scoprire che "Angel Of Distress" e "Shades Of…" erano anche più grandi. Undici anni dopo, finalmente, da Helsinki arriva un nuovo capitolo nella saga di uno dei gruppi più inimitabili e qualitativamente superiori della storia. "Monotony Fields" è un po' un fulmine a ciel sereno: anni di silenzi, due brani e una cover in oltre un decennio, l'abbandono dell'ex-Amorphis e ora anche ex-Ajattara Pasi Koskinen, segnali che messi insieme non lasciavano buoni presagi. E invece eccoci qui, a inizio estate, a poterci rinfrescare con il nuovo album degli Shape Of Despair.

In undici anni nulla è cambiato, a parte la voce dietro al microfono: Henri Koivula (Throes Of Dawn) è l'unica vera nota diversa all'interno del lavoro, con un growl abrasivo e una voce pulita quasi soffice. Il nuovo arrivato riesce a non far rimpiangere il defezionario Koskinen, nonostante la componente vocale, in questo album, sia ancora più centellinata che nel già asciutto "Illusion's Play". Pochissime parole riempiono i campi del tedio, anche meno del solito, eppure nella musica degli Shape Of Despair nuovamente è tutto naturalissimo, tutto perfetto, come se non potesse essere altrimenti. La seconda voce femminile, come sempre di Natalie Koskinen (o forse è meglio dire Safrosskin, ormai), aggiunge un alone etereo alle già evocative linee strumentali, come sempre inconfondibili. Perché il vero quid pluris dei Finlandesi è sempre stato quello di saper combinare la melodia e l'utilizzo di tastiere e sintetizzatori in perfetto amalgama con riff di enorme spessore e cupezza di scuola funerea.

Non gli spigolosi monoliti primigeni dei Thergothon, non gli oceanici abissi degli Ahab, nemmeno le claustrofobiche raffinatezze (di una parte dei lavori) degli Skepticism, ma la malinconia, la sensibilità e l'assoluto intimismo degli Shape Of Despair. Solo loro riescono a unire in modo così naturale suoni tanto diversi per renderli complementari e inscindibili. La miscela di chitarre, tastiere, percussioni, voci e un sottofondo ambient è un insieme unico e perfetto, un sistema chiuso che vive e si sostiene senza bisogno di somme o sottrazioni. Ai Finlandesi non interessa né serve innovare, cambiare, modificare; la quadratura del cerchio è sempre lì, così concreta che la si può toccare con mano, così impalpabile che può esprimersi solo attraverso il mezzo incorporeo del suono.

Fedeli a se stessi eppure diversi da tutti gli altri, difficili eppure così facili da assimilare, gli Shape Of Despair entrano sottopelle. Quarto album, quarto capolavoro. E anche dovessimo aspettare altri undici anni per il prossimo, ne sarà valsa la pena.

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