SHROUD OF DESPONDENCY – Pine

Gruppo:Shroud Of Despondency
Titolo:Pine
Anno:2012
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Wanderlust (Winged Seed In The Breeze)
  2. Overshadow
  3. New Trees
  4. Wanderlust (Moist Soil)
  5. The Great Sadness Descends
  6. Half Open Gates
  7. Wanderlust (Sapling)
  8. Light Words, Dark Graves
  9. Nameless End
  10. Wanderlust (Lightning Precedes Fire)
  11. The Unchaining Of An Animal
  12. Sleep
  13. Wanderlust (Pts 1 Through 4)
  14. Wanderlust (The Throwaway)
DURATA:01:29:19

Gli Shroud Of Despondency si stanno facendo largo nell’underground grazie alla costanza e alle qualità delle loro prove. La formazione di Rory Heikkila è una creatura rodata, partita dalle basi sonore di gente come gli Agalloch, per poi modellare la propria essenza in maniera personale e il quarto album Pine ne è una chiara dimostrazione.

Gli statunitensi hanno sviluppato una passione per i brani strumentali, tanto che la scaletta di quattordici episodi ne vede presenti ben sei, tutti intitolati “Wanderlust” ma differenziati per sonorità da un sottotitolo, oltre a una traccia finale che li racchiude tutti in un’unica soluzione intitolata “The Throwaway”. Ciò infoltisce e rende ancora più interessante l’atmosfera già varia, per una proposta musicale che sembra non volersi volutamente accasare in un genere preciso.

Ascoltando “Overshadow”, vi accorgerete di come la canzone sia in possesso di una serie di riff che potrebbero appartenere ai Metallica, mentre altri attingono dal black metal melodico dei Dissection e altri ancora pare giungano da una composizione di stampo doom. L’oscura e serrata “New Trees” invece possiede un’apertura in classico death stile anni Novanta, con aperture melodiche che fanno da preludio a rallentamenti tesi a generare na sorta di misticismo. Il calderone ribolle, forse anche troppo, ma per ora va bene così.

Arriva poi il turno di “The Great Sadness Descends”, in cui il ruolo della componente doom diviene prominente; l’aura rituale e melancolica attraversa i gironi più grigi, al limite con la corrente funerea ed epica, lievemente folk. “Half Open Gates” si alimenta poi di una brutalità dalle tinte black metal che sferra martellate, salvo poi offrire il fianco a situazioni dall’impronta melodica in crescendo, sino a prendere il sopravvento. Entrambe le tracce scandiscono un passaggio di stato che subisce una brusca curva in “Light Words, Dark Graves”: per come è impostata, potrebbe tranquillamente essere inserita in un album grind.

È piuttosto evidente che gli Shroud Of Despondency vogliano mettere in luce il lato più tetro e pressante della loro musica, risultando molto più pesanti e sfacciati nelle sfuriate rispetto al passato, eppure per il sottoscritto offrono il meglio nell’attimo in cui si spogliano dell’armatura. Via le ritmiche sfrenate, via i percorsi costellati da cambi di tempo e fraseggi estremi: dopo l’ennesima canzone cattiva e annerita (“Nameless End”), ecco apparire “The Unchaining Of An Animal” con chitarra e voci pulite, a cancellare il nero per addensare nell’atmosfera un candido grigio che fa riflettere.

«In my darkest dreams I unclipped the chain of an animal and laughed maliciously as I watched him attack the world
For the first time I filled my chest with fresh air, the cleanliness of discontent
For the first time I filled my chest with fresh air, the purity in aggressive denial of life
While still chained he had warned me, with focused eyes and belligerent posturing, that the affirmations I sought “Exist only through suffering
For the first time I filled my chest with fresh air, the cleanliness of discontent
For the first time I filled my chest with fresh air, the purity in aggressive denial of life
I loved him but denied his intellect»

Si tratta di un’altra storia, eppure è la stessa storia nella sua diversità.

Il talento e la voglia di lasciare lo sguardo e la mente liberi di vagare in più direzioni in contemporanea fanno degli Shroud Of Despondency una certezza: ogni loro album avrà comunque una personalità e un tocco riconoscibili, caratteristica tipica delle grandi realtà. L’underground ancora una volta dà così lezioni al mainstream e la cruda verità sbatte spesso troppo spudoratamente contro chi si vende dopo mezzo disco; i riferimenti possibili a gruppi più o meno noti non vi mancheranno di certo.

Se avete avuto modo di entrare in possesso o solamente imbattervi nei dischi già rilasciati dai Nostri, non avrete nessun tipo di problema nell’approcciarvi a Pine, né tanto meno ad acquistarne una copia. A chi invece non ha ancora conosciuto tale realtà suggerisco di iniziare da Dark Meditations In Monastic Seclusion, passaggio nello stereo utile per apprezzare al meglio questo nuovo disco.

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