Skáphe - Skáphe³

SKÁPHE – Skáphe³

Gruppo:Skáphe
Titolo:Skáphe³
Anno:2020
Provenienza:U.S.A. / Islanda
Etichetta:Mystískaos / Iron Bonehead Productions / Vánagandr
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TRACKLIST

  1. VIII – Beyond Earthly Understanding
  2. IX – The Lowest Abyss
  3. X – Sing Lament To Thee
  4. XI – The Ocean Of Fire
  5. XII – Buried In Dark Earth
  6. XIII – The Shrill Cracks And Moan
  7. XIV – A Spiritual Bypass
  8. XV – Oblique Axis
  9. XVI – Glass Sarcophagus
  10. XVII – Rebirth Synthesis
DURATA:36:37

Avevamo già incontrato sul nostro cammino gli Skáphe, formazione a metà tra Stati Uniti e Islanda dedita a un black metal claustrofobico, sperimentale e psichedelico al tempo stesso. Questo terzo album della band, chiamato semplicemente Skáphe³, vede un’importante novità in seno alla sua line-up. Da duo, i Nostri sono infatti diventati un trio, grazie all’apporto di Steve Blackburn alla batteria; il buon Blackburn, oltretutto, ha già accompagnato l’altro componente Alex Poole in diverse occasioni, andando così a rimpolpare ulteriormente il loro sodalizio e, a giudicare da quanto fatto in Chaos Moon, Ghardsghastr, Entheogen e Guðveiki, tale collaborazione ha sempre fruttato ottime cose. Il terzo componente, D.G. (ovvero Dagur Gíslason, ma anche Dagur Gonzales, altro alias a volte usato dal musicista), è altrettanto coinvolto nella scena estrema e in particolare black metal, essendo il mastermind di due realtà islandesi di indiscusso valore come Misþyrming e Naðra. Esaurite queste note sulla formazione, volgiamo dunque lo sguardo al terzo capitolo degli Skáphe.

Il disco si presenta innanzitutto nel solco della continuità, come dimostra la numerazione dei nomi degli album: segno, questo, che c’è un intento quasi programmatico nella scelta stilistica del progetto. Di primo acchito, non troveremo grosse differenze con quanto raccontato in precedenza da questi artisti; certamente la band pesca a piene mani dalla tradizione del black metal dissonante, ma lo fa distorcendo i punti di riferimento del genere, andando a giocare molto sulla sezione ritmica e sulle parti più psichedeliche. Un aspetto che mette la band in correlazione più con altri artisti della scena islandese (Wormlust su tutti, che tra l’altro con gli Skáphe hanno realizzato anche un disco collaborativo) che con i soliti Deathspell Omega o Aosoth; inoltre, il drumming di Blackburn funziona molto bene in questo contesto, perché si districa alla perfezione tra furenti blast beat e sezioni che invece puntano più sul doppio pedale, ricordando in parte alcune soluzioni dei Portal — ma declinate in chiave black metal. Il basso è sempre presente, e nelle parti di relativa calma generale riesce anche ad assumere un ruolo prominente, catalizzando l’attenzione dell’ascoltatore e offrendo spiragli nell’abisso più profondo in cui cercano di trascinarlo gli Skáphe.

Il tutto però non finisce qui, perché il disco, pur se diviso in tracce, dà l’idea di essere stato concepito come continuum. Non c’è infatti una vera e propria interruzione tra un brano e l’altro; gli stessi pezzi di durata esigua (inferiore al minuto), alla lettura della tracklist, potrebbero apparire come dei meri intermezzi. Ascoltando l’album ci si accorge che così non è, trattandosi invece di sezioni ponte che si incasellano tra un episodio e l’altro, restituendoci una sensazione monotraccia che permea l’intero lavoro: in un certo senso, potremmo rilevare una chiara natura progressive di fondo. A condimento del tutto, c’è un’atmosfera vividamente malvagia, formata da una serie di dissonanze e consonanze che ci trascinano in paesaggi abissali, scanditi da una voce cavernosa ma piuttosto duttile (il vocalist non è accreditato, ma stando al timbro utilizzato dovrebbe essere D.G.). Ho trovato altrettanto interessante, in ultima analisi, come gli Skáphe abbiano riproposto anche per questo disco la solita scelta cromatica del rosso e del nero (utilizzata sin qui in tutte le loro uscite, eccezion fatta per la summenzionata collaborazione con Wormlust). C’è quasi un’idea sinestetica alla base di tutto, come se il rosso e il nero siano i colori giusti per restituire all’ascoltatore quella sensazione di abisso, di oscurità, di disperazione pulsante.

Tutto questo è Skáphe³, un album che in parte si allontana dagli stilemi del black metal più classico, ma che in realtà ne esprime l’essenza, solo con mezzi leggermente differenti. Posto che le tante dissonanze non lo rendono un ascolto semplicissimo, la creatività e il curriculum dei musicisti coinvolti ne garantisce la qualità.

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