South Of No North - Phagocity

SOUTH OF NO NORTH – Phagocity

Gruppo:South Of No North
Titolo:Phagocity
Anno:2020
Provenienza:Italia
Etichetta:Cult Of Parthenope
Contatti:Sito web  Facebook  Youtube  Bandcamp  Instagram  Soundcloud
TRACKLIST

  1. D15F16UR3D
  2. Inimical
  3. Hail Seitan
  4. Nonceferatu
  5. I.N.D.F.Y.C.M.
  6. Cinder
  7. Indie Ass
  8. Decapitalism
  9. Command
  10. Black In Back
  11. Klaatu Barada Nikto
  12. (Disc Ohm 4th)
DURATA:45:38

Prima di iniziare a scrivere dei South Of No North e del loro primo album Phagocity, devo fare una premessa. Conosco personalmente i tre musicisti miei conterranei che animano questo progetto e non varrebbe la pena tentare di fingere il contrario, ma non per questo la mia recensione sarà meno oggettiva e imparziale di tutte le altre scritte nel corso degli anni. Anzi, a dirla tutta, avendo anche assistito alle fasi di registrazione e avendone seguito in parte il percorso di mixing e mastering, avrei anche una storiella o due da raccontare, ma c’è un tempo e un luogo per ogni cosa, come si diceva da qualche parte.

Riprendendo dove li avevamo lasciati, i South Of No North del 2020 sono cambiati sotto diversi aspetti dai tempi di Stubborn. All’alba della pubblicazione del loro primo EP, si dedicavano a un groove metal che lasciava intravedere elementi simbolo di una certa personalità, che oggi trovano uno sviluppo adeguato in Phagocity. Nel complesso, il sound del trio — che ahimé in tre anni non ha ancora risolto i problemi legati all’assenza di un bassista fisso in formazione — è rimasto ancorato ai cardini del passato, ancora groove monolitico sporcato e imbastardito dalla presenza di elementi nu-alternative metal, come fosse nato dall’unione di Lamb Of God e degli Slipknot di Iowa e Vol. 3: (The Subliminal Verses). Ciò detto, la differenza tra le due prove dei campani è abissale. Tanto da un punto di vista compositivo quanto di resa finale, Stubborn era una produzione molto verace, come si dice da queste parti: ispirato e sincero, certo, tuttavia non esattamente raffinato o rifinito a dovere; come può anche essere lecito aspettarsi da un primo demo/EP, attenzione. Dal canto suo, invece, la gestazione di Phagocity è stata seguita passo passo non solo dai tre musicisti napoletani ma anche dall’occhio vigile di Giulian “Scuorn” della neonata etichetta Cult Of Parthenope e ogni dettaglio è stato calcolato, rivisto e sistemato a dovere. Con questo non intendo solamente ciò che riguarda il risultato finale, merito del passaggio del disco per le mani esperte di quel losco e palestrato young figurino di Riccardo Studer, ma anche l’aspetto meramente compositivo. Phagocity è un’opera consistente che dai primi secondi di “D15F16UR3D” (il cui parlato è appannaggio di Dario Guarino) alla chiusura affidata a “Disc Ohm 4th” lavora in una sola direzione: tessere una trama unica, fitta e raffinatissima — ben rappresentata anche dalle grafiche da incubo di Gustavo Sazes — per fare adeguatamente da sfondo alla più sfrontata delle narrazioni.

Dallo scempio in cui certe persone trasformano la propria vita per raggiungere un obiettivo al violento disgusto che generano gli episodi di violenza infantile perpetrati dal clero, passando per le critiche al capitalismo, al menefreghismo e all’egocentrismo dell’umanità, Phagocity non vuole far altro che sbattere sotto gli occhi degli ascoltatori la nuda e cruda verità, raccontando le tristezze della realtà moderna in maniera scanzonata, a suon di sarcasmo e musica ignorante. È così che dall’apertura affidata a “Inimical” (in cui figura un assolo di basso di Emanuele Lombardi dei Brvmak) si passa a “Nonceferatu”, sulla quale l’ugola d’oro di Luis Maggio (Bloodtruth, Sudden Death) duetta con Giulio, la voce dei SONN. E le collaborazioni non finiscono qui, perché all’interno di “Cinder”, che potremmo quasi definire la ballata dell’album, ad accompagnare i campani c’è Julia Elenoir dei 5Rand, mentre sulla successiva “Indie Ass” si scatena il macello: il brano, riarrangiato rispetto alla precedente versione contenuta in Stubborn, vede ancora una volta la collaborazione di Alfredo D’Ecclesiis all’armonica e alle voci però si arricchisce di un assolo di chitarra a opera di Simone Pennucci (Bird, The Dhaze) per raggiungere l’apice del southern this.4G10, per dirla in maniera adeguata. Visto quanto scritto finora, non si deve pensare che i brani realizzati esclusivamente da Giulio, Ciro e Tarallo (ovvero i quasi tre quarti dell’intera scaletta) siano meno convincenti: che si parli della ritmata “Hail Seitan”, della tranquillissima “Decapitalism” o della necronomiconiana “Klaatu Barada Nikto”, la consistenza di fondo viene mantenuta da capo a coda e gli alti e bassi di Phagocity sono esclusivamente modulazioni della furia del trio.

Prima che questa recensione diventi la mia tesi di laurea, mi fermo. È estremamente difficile non farsi fagocitare durante l’ascolto del primo album dei South Of No North, tanto gli arrangiamenti sono immersivi e coinvolgenti. Certo, si tratta pur sempre di un mix di groove e nu-alternative metal che con una certa probabilità non farà al caso del lettore medio di questo sito, eppure non parlare di Phagocity sarebbe stata una mossa poco saggia: in primis perché avrei ignorato volontariamente una realtà locale sinceramente valida; in seconda battuta perché Cult Of Parthenope si attesta sin da subito su un livello qualitativo che merita la nostra attenzione.

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